Jack Sparrow a Capitan Harlock je fa una pipp…

Scrivere una cosa palesemente malinconica come il mio umore di adesso? Oppure sfogare quel dubbio carino e mansueto che mi è venuto in questo secondo? Si meglio la seconda!!!

Meglio una bella canzoncina che mi fa ridere e sentire bene…

 
P.s. Jack Sparrow a Capitan Harlock je fai una grossa e grassa pippa!!!

A una ragazza

A una ragazza:

Per tutto quello detto, per te, da tenere nel cuore, il sussurrare notturno di un indefinito attimo.

Nuvole Rapide – Subsonica

Se fosse facile fare così
Poterti dire già quello che so
Farebbe freddo in un attimo che
Passerà.

Su tutto ciò che ora parla di noi:
Rabbia, illusioni e speranze che so,
Detonazioni di un attimo che
Passerà.

E rimarrà forse il vuoto di noi
A disarmare i rimpianti che so
Per ricordarci in un attimo che
Passerà.

Sugli edifici e sui cieli di noi,
Sulle stagioni e sui nostri perché
Nuvole rapide, e un attimo che
Passerà.

Piogge sul cuore, sezioni di un attimo,
Flusso, derive, parole:
Tutto si perderà.

Se fosse facile fare così
Poterti dire già quello che so
Farebbe freddo in un attimo che
Passerà.

Su tutto ciò che ora resta di noi,
Sulle parole e sui gesti che so,
Frantumazioni di un attimo che
Passerà.

E rimarrà forse il vuoto di noi
A disarmare i rimpianti che so
Per ricordarci in un attimo che
Passerà.

Flusso, derive, parole.

Se fosse facile fare così
Poterti dire già quello che so
Farebbe freddo in un attimo che
Passerà.

Su questi anni e sul cielo di noi,
Sulle ragioni dei nostri perché
Nuvole in corsa in un attimo che
Passerà.

E rimarrà forse il vuoto di noi
A disarmare i rimpianti che so
Per ricordarci in un attimo che
Passerà.

Flusso, derive, parole.

Sugli edifici e sui cieli di noi,
Sulle stagioni e sui nostri perché
Nuvole rapide e un attimo che
Domani
Passerà.

P.s. Lasciati andare, passerà.

verità (quasi) assolute.

Ore 1.15 tornato da cena con gli amici, bullicame e pseudo-bevute. Ho sonno, ma non voglio dormire, sento una piccola pace dentro, sento un silenzio nel mio petto. I grilli cantano fuori la mia finestra e nella mia testa un pensiero tiepido come il sole d’inverno. So di essere così, un po malinconico e spesso incomprensibile. Di volta in volta realizzo che nella vita uno ha bisogno di certezze per tirare avanti. Una volta pensavo fossero le persone che avevi attorno, una ragazza, a dartele ma poi nel corso degli eventi mi son reso conto di essermi sbagliato. Qualche tempo fa cercavo certezze dando tutto me stesso, dando più amore possibile, e poi, mi son reso conto che mi stavano imbrogliando, che non era assolutamente come pensavo. Dare tutto me stesso nei rapporti sociali è stata un gran puttanata. E’ come prenderlo nel culo senza vasella, quando ti accorgi che le cose non funzionano fa un male cane. A quel punto ti senti solo, anche in mezzo a tanta gente. Se non fosse che non credo all’amicizia tra uomo e donna, avrei sempre voluto avere una amica, una ragazza che mi capisse, e che non volesse (che non volessi) scopare, una che in qualche modo si arrogasse il diritto davanti alla mia ragazza di turno di saperne di più di lei. Ma non è così. Nessuna amica, e nessun amico mi conosce veramente, fino in fondo. Non permetto mai a nessuno di avvicinarsi oltre un certo livello, e questo mi dispiace un casino. Vorrei essere più limpido, vorrei permettere alle persone che se lo meritano di vedermi dentro, di toccarmi nel cuore, ma non ce la faccio. In fondo non voglio che la gente mi veda nel profondo, non voglio che qualcuno possa entrarmi negli occhi e capire troppo di me. Le persone, spesso, se ne vanno e non tornano più, e io odio i distacchi, odio dover ricorrere a quella forza che serve per non chiamare più, o non vedere più la persona a cui si è voluto bene. Si lo so, sembra che io metta la testa sotto la sabbia, ma non è così. Ancora una volta quello che sento sfugge al mio controllo, e mi trovo di nuovo con un cuore che vuole battere, e che io non posso fermare. Non si può impedire che una situazione evolva, non si può fermare il cambiamento, anche se esso è doloroso, anche se esso coinvolge tutte la basi che abbiamo mischiandole, cancellandone e creandone di nuove.  Penso spesso al mio passato, ai miei vecchi amori, alle ferite che mi hanno inflitto, penso ai mondi intorno a questa gente che non c’è più e spesso, li sogno. Mi alzo, con il cuore in mano che batte a mille e non so fermarlo, non lo so controllare e questo mi fa un po paura. Non ho potere sul mio passato, le persone che adesso non ci sono più mi tormentano con i vuoti lasciati e non riesco a non pensarci. Non riesco ad andare nei paesi in cui vivono senza che il pensiero li tocchi, almeno per un secondo. Vorrei avere la capacità di non pensarci più, ma come è successo in passato, solo il tempo potrà far si ciò avvenga. Non so se si è capito, e non vorrei essere ipocrita, ma mi mancano un po, un po quel mondo parallelo e ipocrita che correva accanto al mio mi manca. Poi però mi vengono in mente tutte le cattiverie, gli imbrogli di cui sono stato vittima, del circoletto che mi vedeva come oggetto di disprezzo, o peggio, di indifferenza. Le persone che credevo amiche non ci sono più, non so che fine abbiano fatto, vorrei saperlo per fare come fanno le gazzelle davanti ai leoni, correndo, saltando per far capire che sto bene e che non mi manca nulla, ma poi, a me di fare la gazzella, la preda, proprio non mi si addice. Quindi penso di essere un leone, anzi un puma, felino, scuro, che corre nel fitto bosco e tende agguati, si, se morissi ora, vorrei rinascere puma! Di tante lacune nella mia testa, solo alcune si sono riempite, il resto sono come vuoti a perdere. Lascio la lacuna con un nome sopra, come un tumulo, aspettando che il tempo li copra e che l’erba inghiotta i loro nomi.
Di tanto poi, è rimasto solo un cumulo di macerie, una città che nessuno ricostruirà mai più, ma nel contempo, su quelle macerie sono nati tanti piccoli villaggi, paesi che mi ricordano l’infanzia, che mi hanno fatto scoprire molte, anzi, moltissime cose di me. Piccole comunità che rianimano i vuoti, li riempiono e ricostruiscono cose nuove, sensazioni nuove, ma che ogni tanto, riesumano qualche fantasma, qualche gelosia, qualche comportamento che non volevo più avere, ne sentire, ne ricordare. Ci sono tante parti di me che disprezzo, che non riesco a controllare, nemmeno con le mie strategie o tattiche. Sono quei sentimenti che salgono nervosi dal cuore e che ardono di linfa propria. Non vorrei sentirli, cerco di controllarli, ma lo sforzo è tanto, è uno pigro come me fatica.
Tutto questo è un po per dire che ho paura che mi si ripresentino situazioni del passato che non voglio più affrontare, ma mi rendo conto che questo è rimandare lo scontro inevitabile con il demone che vive dentro me.

Beh, è quasi un ora che scrivo, sono 1.59 ed io non dormo ancora, vorrei scrivere ancora tanto, in questo mi sfogo silenzioso e notturno. Vorrei scrivere ancora di queste persone che non ci sono più, scavando nei miei ricordi per raggiungere queste verità (quasi) assolute, ma credo che per stanotte basti, il mio post notturno deve volgere al termine, e così i pensieri ed i sogni brutti che mi hanno accompagnato oggi.
Sento modulare nella mia testa tanti concetti, li sento cercare un equilibrio, per questo scrivo, cerco di alleggerirmi il peso che ho nella testa, e chissà che non ci riesca…
Riprendo una tradizione dei primi post, consigliando una canzone a me molto cara:

Dream of mirrors – Iron Maiden da Brave new world (2000)

I miei eroi: dal Grande Mazinga a Evangelion

evangelionStamane voglio accennare una storia, la storia dei "cartoni animati" con cui sono cresciuto, in particolare vorrei parlare dei robot, una serie di gigantesche macchine a forma umana costruite con le più avanzate tecnologie e pilotate dai piloti più impavidi che si siano mai visti tutti con un denominatore comune: sconfiggere i malvagi invasoni per salvare la terra!
Dal Grande Mazinga a Evangelion la storia di Mecha e Robot, dove i buoni erano buoni quasi per davvero, ma per far del bene e per portare in trionfo la loro pseudo-filosofia dovevano usare gli stessi mezzi dei cattivi.
Personaggi talmente buoni che non risparmiavano nemmeno un cattivo, il nemico era nemico e basta, e anche se in fondo ai cuori di questi cattivi c’era un barlume di bontà non valeva la pena combattere per esso, meglio ucciderle. Una rappresentazione della realtà umana un po darwinista: uccidere o essere uccisi. Ma questa è un’altra storia.
Da Mazinga a Evangelion, una infanzia/adolescenza cresciuta  tra Tetsuya e Shinji, in mezzo a tanta violenza usata per la lotta contro gli invasori malvagi e "non umani" , un continum di robot  che al suo interno vede tra gli esponenti maggiori: Daltanious, Goldrake, Daitarn 3, Vultus V, Transformer e Voltron.
Le mie parole sono state fino ora abbastanza critiche, ma perché sto trattando il tutto come un bambino cresciuto che ha studiato bene la lezioncina e si permette di criticare.Mazonga
Ma tralasciando ciò rimane tutto il tempo passato davanti alla tv a guardare questi robot combattere, con il protagonista carismatico che non si perdeva d’animo nemmeno quando tutto era perduto e che con il suo modo di fare incuteva forza a tutti i gregari, e nel contempo instillava paura e dubbi nei nemici. Eroi con i Jingle sotto, mentre si lanciano nella trasformazione robotica, mentre in quegli istanti in cui il nemico potrebbe approfittare per distruggere tutto, se ne sta fermo in un torpore reverenziale dinnanzi alla potenza sprigionata.
Bellissimi tutti questi robot, così forti, così virili, ma che in realtà non trombavano mai.
In fondo, però, quando li guardavo, ero piccolo e quando sei piccolo non ci pensi a queste cose, ed è meglio così, nella vita c’è un tempo per tutto, quindi, anche un tempo per i robot che distruggevano tutto con i missili fotonici o con l’anti AT Field.

Dissonanza Cognitiva

Stamattina sono incappato nella teoria della dissonanza cognitiva, cosa è, e cosa fa? La spiego per come l’ho capita: nella mente di ognuno di noi c’è un equilibrio più o meno stabile, questo equilibrio porta a mantenere una certa coerenza tra le proprie idee. Se l’equilibrio viene turbato in una qualche misura, ad esempio con la disillusione di un evento che si credeva certo, la mente tenterà di rispondere al cambiamento cercando di mutare sostanzialmente tre variabili:

  1. l’ambiente circostante.
  2. il proprio comportamento.
  3. il modo di percepire le cose.

Nella mia infinita autoanalisi ho rintracciato, in tempi recenti, ma anche in tempi passati compensazioni a livello psicologico dei tipi descritti sopra.
Mi sono ritrovato a cambiare il modo di percepire le cose, soprattutto nei rapporti sociali, andando a modificare i miei modi di sentire e di vedere superando le incongruenze al mio interno, modificando il mio modo di sentire. Di converso però, questo movimento di pesi atto a bilanciare l’equazione che deteneva la coerenza nella mia mente ha portato altri squilibri compensati, stavolta, con una approccio di tipo comportamentale. In me, soprattutto nei tempi recenti si era creato un complesso meccanismo di reazioni a catena che determinavano la assoluta incapacità di reagire per tempo ai cambiamenti rapidi che si susseguivano nel mio ambiente. Per ciò dato che ogni tentativo di superare una discordanza finiva per generare un nuovo squilibrio ormai avevo raggiunto il limite paradossale che od ogni equilibrio si contrapponeva uno squilibrio di diversa natura. L’ultima variabile su cui potevo agire era L’ambiente. Ultimo atto per ripristinate l’equilibrio fu il recidere quasi indissolubilmente i legami che avevano portato agli squilibri iniziali, cercando volutamente di condizionare l’ambiente a modificare il proprio stato per arrivare ad una rottura.
Fine di questo processo è stato un rinnovato ambiente che interagisce con le mutate condizioni interne. Un nuovo equilibrio più stabile dei precedenti si è venuto a creare asportando, ma non cancellando completamente, i passati interventi finalizzati al superamento della contraddizione.

Mi accorgo di essere stato al centro di un incessante moto chiamato dissonanza cognitiva, in cui le variabili in gioco tendono sempre ad equilibrarsi con equilibri di volta on volta diversi e mai uguali.

Bello.

Contorni

Chiudo gli occhi e penso, il vento mi accarezza il viso, e nelle mie orecchie il frusciare dell’aria che fa rimbalzare le onde sonore sul timpano. Un suono sommesso e pulito, un sussurrare di parole incomprensibili, l’alito della terra che sparge gli odori della vita. Chiudo gli occhi, e penso ai miei legami, a miei affetti, cerco di ascoltarmi il cuore per rintracciare il pensiero di chi su questi battiti ha lasciato un segno, e intanto sento il risuonare lontano delle macchine e dei motorini, accelerate, frenate, colpi di clacson e voci di persone che passano nella via. Chiudo gli occhi forte, li stringo fino a farmi male, cerco di ricordarmi di un odore della cucina di mia nonna, e nel frattempo che sfoglio il mio archivio mentale, mio nonno. Mio nonno sulla poltrona di pelle rossa, è magro magro, consumato, indossa una maglietta bianca, e dei calzoni avana, sta li immobile, non dice nulla e io lo guardo dal basso, ah si ero piccolo, e lui, lui è un ricordo consumato, come la malattia a consumato lui, prima di farlo morire. Apro gli occhi, guardo fuori dalla finestra e mi cattura il lento cantare delle cicale e le rondini che si inseguono, che danzano nell’aria, e poi, poi mi torna in mente un pensiero, mi ricordo di discorsi fatti al calare del giorno, quando l’estate era lontana, quando nella mia testa c’era il vuoto. Adesso, mi sforzo per cercare le parole di quel giorno e poi d’improvviso eccole, io che dicevo di non volermi legare a nessuno, che maturavo la mia filosofia e che al mio interlocutore non piaceva. Poi, eccomi, presente davanti me stesso, un aspirina presa, e una voglia strana di non sentirmi legato a nessuno, restare da solo, completamente da solo. Non posso dire di sentirmi bene o male, mi sento.

Qualche tempo fa mi ricordo i miei contorni fondersi con il paesaggio, prima con un muro, poi con una macchina, un letto, una persona, perdevo i miei contorni nel sesso, in un videogioco, li perdevo davanti un libro o un film. Poi un crack, un contorcersi di stridii metallici misto ad odore acre ed io che riprendevo forza, riprendevo vigore. I miei contorni che si rimarcavano di colore nero come a forzare il contrasto tra me e il paesaggio, e la bella sensazione di non dipendere troppo da nessuno e da nessuna, di contare solo sulle mie forze, conscio del fatto che trovare qualcuno che capisse, o che non capisse era superfluo, l’importante era capirmi da solo, non assecondando gli altri, marcando, appunto, questo mio contorno…