Solo.

E mentre lui spariva piano piano verso la sua macchina, io rimasi li a pensare.
Nei miei occhi di nuovo quei volti, quei problemi, e la certezza che a nessuno importasse di me. Così pensai che in fondo non centrava  il destino, ma piuttosto il nodo della mia infelicità erano le scelte fatte.
Accesi il motore e mi diressi verso casa. Fuori dal finestrino, un paesaggio che sembrava disegnato da una mano divina, veniva cancellato piano piano, risucchiato dalla velocità. Le casse della macchina  spingevano “Acoustic Song di Bruce Dickinson” ed in quelle note il mio pensiero si perdeva. Ripensavo all’ultima volta in cui ero stato veramente felice, in cui ero stato veramente soddisfatto di me e della mia vita. Ma i ricordi erano piano piano svaniti via, sbiaditi ed invecchiati dal tempo. Disciolti in tutto l’alcol passato nelle mie vene. Un senso di precarietà avvolse il mio cuore.
Maledette scelte, maledetti rimpianti. Ed io che non avrei mai voluto averne, ed io che come destato da un sonno lunghissimo, mi ritrovavo a vivere una vita che non sentivo mia. Frank aveva lasciato molto di più che le sue parole nel mio cuore. Le aveva spinte dentro alla mia anima fino a farmi perdere il confine tra lui e me.  E quell’immagine. lui che da solo si allontanava piano piano verso le sue tenebre mi aveva segnato indelebilmente.
Una prigione senza sbarre attanagliava il mio essere. Quelle parole che mi aveva detto mi bruciavano dentro con la stessa intensità delle campane che suonano a morto. E non riuscivo a trovare una soluzione al mio stato. Tutte le alterative mi erano precluse e quelle possibili piano piano sparivano inghiottite dal ticchettare dell’orologio.
Forse quel momento fu il momento in cui realizzai d’esser veramente solo. Il momento in cui realizzai che nessuno poteva capirmi.
Solo Frank ci sarebbe riuscito, ma anche lui ormai era ormai parte del tempo passato e la soluzione era svanita con esso.
D’impulso deviai dal percorso verso casa e mi diressi in una strada che sembrava andare dritta nel buio dei miei ricordi. Fade to black squarciava il rumore prodotto dal motore e in quel trambusto sentii svanire il confine tra realtà e sogno. Il piede si fece sempre più pesante sull’acceleratore e pensai di averne davvero abbastanza di tutto. Il mio volto ormai era una maschera di sabbia che si stava sgretolando sotto i colpi dell’insuccesso e della disperazione. Di nuovo volevo saggiare i miei limiti, di nuovo ero attratto dalla fine e stavolta con una potenza tale da dilaniarmi il cuore. Il vuoto mi riempiva fino all’agonia e io  non potevo far altro che correre verso il mio destino.

Ed io che in fondo al destino non ci avevo mai creduto. Avrei voluto solo non essere mai esistito. Avrei voluto solo esser stato capace di dire addio e lasciarmi inghiottire dalle fauci di cerbero. Sentivo che quella sarebbe stata la mia fine…

Ma d’un tratto il piede rilasciò l’acceleratore ed i fari smisero di squarciare la notte. Accostai e di nuovo quel senso di sconfitta mi pervase. Sentivo troppe cose mancare. Sentivo le tenebre crescere e non potevo far nulla.
Troppe cicatrici solcavano il mio nome, troppo dolore albergava nel mio cuore. Troppa paura paralizzava i miei movimenti.
Di li a poco, ne ero sicuro, sarei scoppiato.

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Camminando.

E alla fine rimanemmo davanti al bancone io e lui. La birra doppio malto raggiungeva appena la metà del bicchiere e le nostre facce riflesse sullo specchio al di la del bancone erano consumate e strafatte dalla quantità d’alcol ingerita. Così mentre intorno la gente continuava a farsi gli affari propri, lui d’un tratto ruppe il silenzio e fu come quando una diga sta per rompere gli argini. Il suo tono di voce era basso ma estremamente fermo ed io non potevo far altro che ascoltare. Non parlavamo veramente da molto tempo. In effetti negli ultimi anni le occasioni d’incontro si erano diradate e quando eravamo l’uno di fronte all’altro in genere parlavamo con superficialità. Nessuno dei due si era più sbilanciato sulla propria vita fino a questa sera, fino a quando con gli occhi fissi sul fondo del bicchiere mi disse:
“Vedi Raffaele, di tutte queste facce, di tutta questa gente, poche mi sono rimaste amiche. Sono poche quelle a cui interessa veramente qualcosa di me. Eppure le vedo ogni giorno. Ogni fottuto giorno sono davanti ai miei occhi. Sono tutte li, immerse nelle loro compagnie, tra i sorrisi, cene, prati, spiagge, e momenti vari del cazzo. Ed io,  pian piano ho cominciato ad odiare tutta questa gente. Ho cominciato ad odiare chi da sempre ripete di essermi amico, ma che, appena voltate le spalle, non mi lesina il suo cazzo di giudizio. Sempre con le solite frasi, sempre con il solito fare, sempre con quel cazzo di comportamento. Per quanto tutto sia cambiato, alcune cose sono rimaste inalterate nel tempo. L’ipocrisia è il male dei nostri tempi Raf. La gente quando è sola davanti al proprio cazzo di computer fa sempre le stesse puttanate. Pubblica link sull’amicizia, link sulle serate, sulle stronzate di un momento. E quando le incontri dal vivo, dopo un po’ che non ti sei fatto vedere, è li pronta a raccontarti dei i vecchi tempi. Ancora con i vecchi, stramaledetti, fottuti tempi. Quando tutto era meraviglioso, quando tutto era facile, quando per amicizia si facevano stronzate e tutto si risolveva con una birra al bar. Così penso che nel profondo del mio cuore nessuna ferita si sia veramente rimarginata. Nessuna birra ha mai cicatrizzato i lembi delle mie ferite ed in questo modo sento che tutto finisce nel vuoto spinto che ho dentro. Vuoto che niente e nessuno riesce a colmare. Così mi ritrovo in un cammino che non sento il mio. E per quanto io tenti di non cambiar strada mi ritrovo a sempre a sbandare. Sai, mi son domandato milioni di volte cosa non andasse in me. Ho provato e riprovato a pensare come gli altri mi dicevano che io avrei dovuto pensare, ma non  ci sono riuscito mai. Per quanto io mi sforzi di rigar dritto non riesco  a mantenere la direzione. Nel mio cuore so che questa non è la giusta strada, perché l’unica strada che riesco a percorrere con serenità è la mia. Così penso che sia lecito dire che c’è chi può camminare tutta la vita sotto il sole con il sorriso sulle labbra, stringendo mille mani e pensando che comunque tutto andrà bene. E c’è chi, come me, non può.
Io al mio interno sento ribollire il sangue e la mia anima. Sono incapace di arrendermi alle vicissitudini di questa vita, incapace di arrendermi alla forma attuale. Ho bisogno del mio lato oscuro, delle mie contraddizioni, del mio modo di fare altalenante. Ho bisogno di sentirmi ubriaco e di rischiare. Non sono tagliato per rigar dritto”.

Ascoltavo le sue parole senza proferir nulla. Nei suoi occhi riuscivo a leggere la disperazione di chi non riesce più a sopportarsi. Sarebbe stato inutile anche provare a dar qualche consiglio. In quella condizione qualsiasi parola sarebbe risuonata ipocrita, artefatta e di sicuro non avrebbe lenito quel dolore.

E mentre ero assorbito dal suo discorso d’un tratto smise di parlare. Alzò il bicchiere e mi chiese di brindare. Con un sorso fini la sua birra. Io feci altrettanto e una volta poggiato il bicchiere sul bancone mi disse:
“Ricordi il mio blog Raf? Ricordi quello scritto del marzo 2007? Ricordi quanta rabbia gonfiava le mie parole e il mio cuore? C’è stato un cambiamento da allora ma nonostante tutti questi anni io mi sento ancora così:

Ancora una volta Frank, colui che della disillusione fece un inno, colui che della carne fece un soffritto, colui che un bel giorno, decise di prendere una montagna di merda e di convertirla in un blog”.

Ritornando dal pub nessuno disse nulla. Arrivati al parcheggio scese dalla macchina e prima di salutarmi mi diede un sottobicchiere sporco di birra con sopra scritto: Ognuno è artefice del proprio destino Raf. Non dimenticarlo mai. Non commettere i miei errori.

Chiuse lo sportello e mi salutò. Lo vidi andar via camminando da solo.

…e allora pijamise un po' per culo!

“…bah perchè penso che quì se va nella ‘mmerda che in un certo senso me ritorvo a scrive. Si paradossalmente se ce penso quì, più se va avanti e più fa un po tutto schifo. Ma che cazzo! Così da casa, cor sole nella finestra me viè pensato che infonno infonno bisogna pure sapesse pija per culo. E allora faccio dell’autoironia, comincio a piamme per culo da solo. Cor sorriso sulle labbra come un rimpiazzo de sta smorfia de apatia che me rijempe la faccia da troppo tempo. Me pijo per cuolo e pijo per culo, e allora piamese per culo! Ridemo, sbraciamo, bevemo, senza mai perde de vista l’obiettivo però! Perchè a esse negativi, pe dilla tutta, ce se rimette du vorte. …Si e cose possono nà’ male e se ce vanno so cazzi! Così a fa i mosuni lo piajamo ar culo du vorte. Se invece ce facemo un po de ironia, le cose potranno pure annà male però armeno nun avemo sofferto prima! E cor sorriso sulle labbra se potrà rincomicià ‘nantra vorta, senza buttasse troppo giù.
Ma è faticoso avecce il sorriso sulle labbra. Ce sarà sempre quarcuno o quarcosa che proverà a levattelo. Ma è così che vanno le cose. Bisogna avecce forza, bisogna combatte!”