Camminando.

E alla fine rimanemmo davanti al bancone io e lui. La birra doppio malto raggiungeva appena la metà del bicchiere e le nostre facce riflesse sullo specchio al di la del bancone erano consumate e strafatte dalla quantità d’alcol ingerita. Così mentre intorno la gente continuava a farsi gli affari propri, lui d’un tratto ruppe il silenzio e fu come quando una diga sta per rompere gli argini. Il suo tono di voce era basso ma estremamente fermo ed io non potevo far altro che ascoltare. Non parlavamo veramente da molto tempo. In effetti negli ultimi anni le occasioni d’incontro si erano diradate e quando eravamo l’uno di fronte all’altro in genere parlavamo con superficialità. Nessuno dei due si era più sbilanciato sulla propria vita fino a questa sera, fino a quando con gli occhi fissi sul fondo del bicchiere mi disse:
“Vedi Raffaele, di tutte queste facce, di tutta questa gente, poche mi sono rimaste amiche. Sono poche quelle a cui interessa veramente qualcosa di me. Eppure le vedo ogni giorno. Ogni fottuto giorno sono davanti ai miei occhi. Sono tutte li, immerse nelle loro compagnie, tra i sorrisi, cene, prati, spiagge, e momenti vari del cazzo. Ed io,  pian piano ho cominciato ad odiare tutta questa gente. Ho cominciato ad odiare chi da sempre ripete di essermi amico, ma che, appena voltate le spalle, non mi lesina il suo cazzo di giudizio. Sempre con le solite frasi, sempre con il solito fare, sempre con quel cazzo di comportamento. Per quanto tutto sia cambiato, alcune cose sono rimaste inalterate nel tempo. L’ipocrisia è il male dei nostri tempi Raf. La gente quando è sola davanti al proprio cazzo di computer fa sempre le stesse puttanate. Pubblica link sull’amicizia, link sulle serate, sulle stronzate di un momento. E quando le incontri dal vivo, dopo un po’ che non ti sei fatto vedere, è li pronta a raccontarti dei i vecchi tempi. Ancora con i vecchi, stramaledetti, fottuti tempi. Quando tutto era meraviglioso, quando tutto era facile, quando per amicizia si facevano stronzate e tutto si risolveva con una birra al bar. Così penso che nel profondo del mio cuore nessuna ferita si sia veramente rimarginata. Nessuna birra ha mai cicatrizzato i lembi delle mie ferite ed in questo modo sento che tutto finisce nel vuoto spinto che ho dentro. Vuoto che niente e nessuno riesce a colmare. Così mi ritrovo in un cammino che non sento il mio. E per quanto io tenti di non cambiar strada mi ritrovo a sempre a sbandare. Sai, mi son domandato milioni di volte cosa non andasse in me. Ho provato e riprovato a pensare come gli altri mi dicevano che io avrei dovuto pensare, ma non  ci sono riuscito mai. Per quanto io mi sforzi di rigar dritto non riesco  a mantenere la direzione. Nel mio cuore so che questa non è la giusta strada, perché l’unica strada che riesco a percorrere con serenità è la mia. Così penso che sia lecito dire che c’è chi può camminare tutta la vita sotto il sole con il sorriso sulle labbra, stringendo mille mani e pensando che comunque tutto andrà bene. E c’è chi, come me, non può.
Io al mio interno sento ribollire il sangue e la mia anima. Sono incapace di arrendermi alle vicissitudini di questa vita, incapace di arrendermi alla forma attuale. Ho bisogno del mio lato oscuro, delle mie contraddizioni, del mio modo di fare altalenante. Ho bisogno di sentirmi ubriaco e di rischiare. Non sono tagliato per rigar dritto”.

Ascoltavo le sue parole senza proferir nulla. Nei suoi occhi riuscivo a leggere la disperazione di chi non riesce più a sopportarsi. Sarebbe stato inutile anche provare a dar qualche consiglio. In quella condizione qualsiasi parola sarebbe risuonata ipocrita, artefatta e di sicuro non avrebbe lenito quel dolore.

E mentre ero assorbito dal suo discorso d’un tratto smise di parlare. Alzò il bicchiere e mi chiese di brindare. Con un sorso fini la sua birra. Io feci altrettanto e una volta poggiato il bicchiere sul bancone mi disse:
“Ricordi il mio blog Raf? Ricordi quello scritto del marzo 2007? Ricordi quanta rabbia gonfiava le mie parole e il mio cuore? C’è stato un cambiamento da allora ma nonostante tutti questi anni io mi sento ancora così:

Ancora una volta Frank, colui che della disillusione fece un inno, colui che della carne fece un soffritto, colui che un bel giorno, decise di prendere una montagna di merda e di convertirla in un blog”.

Ritornando dal pub nessuno disse nulla. Arrivati al parcheggio scese dalla macchina e prima di salutarmi mi diede un sottobicchiere sporco di birra con sopra scritto: Ognuno è artefice del proprio destino Raf. Non dimenticarlo mai. Non commettere i miei errori.

Chiuse lo sportello e mi salutò. Lo vidi andar via camminando da solo.

4 pensieri su “Camminando.

  1. mi manca l’epoca dei blog, mi manca dover scrivere, mi manca dovermi sforzare di capire il perchè una persona scriva determinate cose, mi manca di capire il perchè 160caratteri ci hanno tolto l’ispirazione e la voglia di scrivere, mi mancano i tempi in cui un post poteva fare la differenza (o almeno pensare che potesse farla)

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  2. Due anni dopo forse ho capito quello che scrivesti in questo post: finalmente queste due persone, o meglio due parti di una stessa persona, sono tornate insieme per dar (ridare) vita al 100% di uno

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    • Fac, senza rendermene conto, c’è sempre stato un filo conduttore che ha legato i post degli ultimi anni… E a dirla tutta, mi ha sorpreso il fatto di essere riuscito a scrivere (sempre nel mio piccolo si intende) una cosa così!

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