La giornata del Disoccupato

E’ difficile per me parlare sinceramente della mia situazione.  E’ difficile per me scrivere su di un blog cose che non riesco nemmeno a dire a me stesso. Ma nella mia “Matrix” non c’è stato nessun Morpheus che mi è venuto a cercare. Nessuna Trinity mi ha mostrato la via da seguire.  E soprattutto non c’è mai stata una Zion a cui ritornare. La disconnessione è avventa piano, con il tempo che ha consumato il cordone ombelicale della mia realtà.
Un risveglio lento che ha dissolto tutto quello in cui credevo. E come destato da un sogno (o un incubo): ho visto.
Il mondo si è mostrato per quel che era e che è: un posto in cui per andare avanti ho raccontato bugie a me stesso. Una messa in scena che ho creato per nascondermi i pericoli del futuro e del presente. Una realtà fatta su misura per nascondermi la verità su me stesso. Ho realizzato che quella riscossa o quel “passo avanti” non c’è mai stato e forse non avverrà mai.
Tutto ciò che ho perso non tonerà, e nella migliore (peggiore?!?) delle ipotesi non potrà nemmeno essere uguale a prima dato che il prima non è mai esistito. Le uniche cose che rimangono sono i miei errori e le mie scelte.
E mai come ora ho desiderato poter ricominciare da zero, un “hard reset” generale della mia memoria e del mio essere. Fare tabula rasa per poter cambiare tutto di me.
Ma questo non è più Matrix. Questo è il fetore nauseabondo di una realtà che mi vede disoccupato e con ben poche prospettive davanti. E per quanto mi risulti difficile ammetterlo: è la verità. Come è verità il fatto che non riesca mai a mettere in atto contromisure per contrastare l’inutilità crescente che mi attanaglia e che acceca i miei occhi…
Ed inoltre mi vengono a parlare di politica. Quando guardi la tv  ormai non si parla più di disoccupati, si parla di precari. Ma attenzione! Non come una macrocategoria dove includere tutto, se ne parla più in termini di selezione naturale(?!?). I disoccupati vengono ormai dati per spacciati. Mentre la nave affonda si salvano solo quelli che stanno nuotando (precari). Per il resto non vale nemmeno sprecare un salvagente o tantomeno una scialuppa.
E così mi ritrovo a far parte di una categoria che si vergogna. Una categoria in cui è disdicevole parlare della propria condizione. Una categoria che porta a provare costantemente un senso di imbarazzo: a casa come in biblioteca, da solo o con gli amici. Dovunque sei, se entra il discorso, dopo un po’ vieni trattato come un appestato. Come se la disoccupazione fosse una malattia cui il solo parlare potrebbe infettare chi ti ascolta.
E ti senti dire (leggendo sulle labbra uno sforzo contrito e sovrumano): “Allora? Hai trovato qualcosa?”,  oppure: “si è mosso nulla?”.
Ma la cosa peggiore sono gli sguardi di pietà mentre ti parlano. Occhi in cui leggi: “poverino, non gli hanno rinnovato il contratto” oppure “beh ma se volevi lavorare non dovevi fare certo quegli studi lì” o la migliore: “ma chi te l’ha fatto fare a studiare! Vedi me: appena finita la scuola ho iniziato a lavorare subito. Ed eccomi qua!”.
Gente che tenta di consolarti compatendoti. A tal proposito mi ricordo una frase del mio professore di italiano del secondo superiore: “ricordate ragazzi: non c’è cosa peggiore quando la gente vi compatisce. Perché se lo fa ha dimostrato la propria superiorità nei vostri confronti”. Ed è vero, quando vieni compatito il tuo interlocutore si è posto su un piano superiore e tu sei sconfitto, rilegato in una situazione di inferiorità.
Non avrei mai pensato che quelle parole si sarebbero potute applicare al mio caso. Non ho una vocazione da leader ma non amo di certo essere sottomesso da qualcuno, nemmeno se questo qualcuno è un amico o la la situazione o la società.
Così finisci per “odiare” chi ti parla, anche se in fondo non ha colpe, anche se in fondo è stato “solamente” più bravo e magari più fortunato di te.
Così nel frattempo che il Bersani-Bocchino-Casini-Sacconi-Brunetta-Vendola di turno urla in televisione che se c’è disoccupazione è colpa nostra perché ci sono troppi laureati o perché non ci adattiamo a fare il calzolaio piuttosto che L’arrotino (con tutto il rispetto per chi fa quel mestiere), Tu sfogli gli annunci di lavoro.
Nel mio caso, a Viterbo, su Monster.com non si trova nulla, sul sito della provincia (http://www.provincia.vt.it/lavoro/offerte_privati.asp data 15/11/2010) invece trovi:

“OPERATORI DI CALL CENTER

data offerta: 12/11/2010 – Sede lavoro: Viterbo – Riferimento: 2904/B

1 APP. MACCHINISTA CUCITRICE

data offerta: 12/11/2010 – Sede lavoro: Montalto di Castro – Riferimento: 3023/T

1 AIUTO ELETTRICISTA

data offerta: 09/11/2010 – Sede lavoro: Montalto di Castro – Riferimento: 3022/T

1 BADANTE

data offerta: 09/11/2010 – Sede lavoro: Tarquinia – Riferimento: 3021/T

1 AUTISTA PAT. C/MECCANICO MACCHINE AGRICOLE

data offerta: 08/11/2010 – Sede lavoro: Altre regioni – Riferimento: 2995

AGENTI RAPPRESENTANTI

data offerta: 08/11/2010 – Sede lavoro: Provincia di Viterbo – Riferimento: 2701

1 SALDATORE

data offerta: 08/11/2010 – Sede lavoro: Viterbo – Riferimento: 2661/E

1 VENDITORE

data offerta: 04/11/2010 – Sede lavoro: Tarquinia – Riferimento: 3002/T

1 BADANTE

data offerta: 04/11/2010 – Sede lavoro: Soriano nel Cimino – Riferimento: 3010

1 AGENTE DI VENDITA

data offerta: 04/11/2010 – Sede lavoro: Tarquinia – Riferimento: 2940/T

Così: come fai a non dare ragione al  Bersani-Bocchino-Casini-Sacconi-Brunetta-Vendola di turno. Lo stato, la regione, la provincia (che è governata da loro) offre questo ed è questo di cui loro parlano.
Anzi no. Mi correggo. Loro non parlano di questo, ma del “lodo Alfano”, dei “fannulloni”, di “Cambio al vertice del PD”, di “Case a Montecarlo”, di “federalismo”, Di “mangano è un eroe” così come lo è anche “Carlo Giuliani”. Cose che anche io che penso di avere una cultura quantomeno universitaria tendo a non capire.
E mi vien da chiedere, ha più senso credere in loro? Se chi governa non crede in me che sono un prodotto della società che hanno costruito, io come faccio a fidarmi di loro?
Essere disoccupato quindi ti porta a non credere a niente. In una certa misura, un disoccupato non è nemmeno un essere umano. E’ una appendice che succhia linfa vitale dal capezzolo della società e che come tale potrebbe anche non esistere; che potrebbe essere asportata chirurgicamente.
E’ la logica della nostra economia e della nostra società: se non si produce si fallisce. Si muore.
A tal proposito riporto un articolo molto bello, firmato da un esponente del panorama giornalistico odierno:

“Com’e’ dura la giornata del disoccupato cronico Com’e’ fitta di impegni la giornata di un disoccupato. Ti alzi al mattino e hai una riunione per la cooperativa. Si spera in un finanziamento, magari per il mese prossimo. Intanto si fanno le undici. Vado a piedi o prendo l’autobus? Quando sei senza lavoro il bilancio non viene una volta al mese, ma ogni momento. Anche il cappuccino e’ un lusso. Tanti annunci economici, al Sud soprattutto, riguardano vendite. Si vendono apparecchi acustici per anziani, assicurazioni, opere illustrate. Si consultano elenchi telefonici a caccia di clienti, ci si divide la citta’, si incassano le porte in faccia. Pranzo, se possibile dai genitori, se il disoccupato e’ un giovane, o a casa se e’ gia’ un uomo o una donna matura. Alla televisione passano gli spot, le ragazze sono belle, i ragazzi hanno l’auto, il telefonino e la gommina. Di pomeriggio c’e’ richiesta di gente che dia una mano per la nuova mostra d’arte. Si spillano depliant, si passano in rivista elenchi patinati, si spostano di tavolo in tavolo relazioni che nessuno leggera’ mai. I soldi? Domani o forse tra un mese. Il disoccupato fatica moltissimo. Corre a comprare la Gazzetta Ufficiale, i Bollettini dei Concorsi, guarda i titoli in inchiostro nero e ripassa il proprio curriculum: come sembra corta e vuota la vita. Si assumono autisti a Gorizia, si cercano operai a Viterbo, impiegati a Marsala. Posti veri? O gia’ assegnati? Il disoccupato cronico vive d’ansia e di voci. Il colloquio finisce, sono andato bene? dovevo essere piu’ aggressivo? L’interlocutore risponde “Ci faremo vivi noi, grazie”, ma il posto e’ uno, e la fila fuori dalla porta lunga. E se la selezione fosse un’inutile manfrina? Ma come, non hai sentito, all’Acme assumono per chiamata diretta, io provo domani, tu vieni? Quando si fa sera, la tv ripropone il carosello del benessere, il disoccupato e la disoccupata stilano il piano per il giorno dopo: biglietto di seconda fino a Roma, piu’ pernottamento o aereo scontato per il Megaconcorso, un pugno di posti per una pletora di aspiranti? O e’ meglio comprare le dispense sul computer? Forse c’e’ un lavoro per tre settimane, Gruppi di ricerca sul gradimento di un formaggino, ma occorre l’auto propria. Rapido censimento mentale: a chi non s’e’ ancora chiesto un favore? Il compagno di scuola che ha fatto carriera, lo zio alla lontana, amico del prefetto, oppure la supplica alla cieca, “Per cortesia avrei bisogno…”. Piano piano la psicologia dei disoccupati si scinde. C’e’ chi si rassegna, tanto non cambiera’ mai nulla, e sprofonda in un’apatia tormentosa, sul tavolo l’assegno postdatato di pagamento per lo stage in Fiera Campionaria, che la banca ha infine respinto: era scoperto. C’e’ chi invece moltiplica gli sforzi, si ingegna, partecipa alle televendite, imbusta pullover, spazza pavimenti, si ostina a crederci ancora. Lavorare stanca, non lavorare distrugge. Quando calcoliamo tre milioni di disoccupati, ci dimentichiamo di quanto fatichi l’esercito dei senza lavoro. Certo, il Paese sarebbe a piena occupazione se tornassimo ad accettare gli standard di vita degli Anni quaranta, se ragazzi e ragazze italiani sostituissero i nordafricani, i Tamil, gli immigrati del Capo Verde. Se si accettasse una paghetta a mille chilometri da casa, dormendo in baracca. Non sara’ piu’ cosi’. Servono iniziative originali, coraggiose. Duttilita’, addio al posto fisso e creativita’ possono ripetere da noi il miracolo Stato – Mercato che gli americani hanno inventato nel loro sud ex depresso, il Triangolo tecnologico di Raleigh. Chi sottovaluta la frustrazione, la depressione, l’inerzia morale che la disoccupazione cronica va seminando, prepara all’Italia un avvenire assai poco europeo. corsera aol.com”

Riotta Gianni

(21 marzo 1998) – Corriere della Sera

Ma siamo ancora nel 1998 o siamo nel 2010? No perché se è uno scherzo almeno fatemi vedere la Delorean!