Let him scream my name, but remember the truth.

E nei tuoi occhi infine mi perdo.
Lascio queste spoglie mortali e mi evolvo.
Tanta strada fatta assieme,
e tu che non mi vuoi lasciare.

Dovunque io vada, dalle montagne al mare
sul ghiaccio o nei flutti stai li a guardare.

E di quella mia falsa innocenza non è rimasto nulla.
Solo un riflesso in uno specchio che cinico segna il passare dei miei anni.

Speranze?

Pillola Blu: fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai
Pillola Rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio…

La domanda Homer Simpson se l’è posta in un altro modo: Stare zitto, e fare pensare di essere stupido, o parlare e darne la conferma? “cervello, non dire nemmeno… doh, doh!”

Comunque uno mette la cosa, qualunque sia il bivio, la speranza è che almeno una strada sia giusta. Io in questi giorni me lo sono chiesto tanto se tutto il mio percorso abbia un senso, se la mia strada sia quella giusta, se ho detto doh, oppure se ho preso la pillola rossa.

Tutt’ora non so dare risposta agli interrogativi che mi sono posto sopra, però una presa d’atto l’ho fatta. Ho capito che o lotto, o muoio. Ho capito di aver scelto la pillola rossa, anche se ero conscio che la pillola blu avrebbe significato un esistenza più tranquilla.

Pillole o Doh, chissà che ne sarà di me tra due, tre anni. Chissà se sarò qualcuno, se sarò in pace con me stesso. Non è facile per niente. Una cosa è certa mi sono un po rotto di essere sempre così cupo, così strano agli occhi della gente […].

Tratto da “Walksalone” sabato, 03 marzo 2007

Piccola riflessione. I 2/3 anni sono passati ed eccomi ancora qui. Forse ci ho creduto troppo, forse sono stato troppo spaccone. Forse prendere la pillola rossa, in fondo, non è stata poi una così grande idea.

In questa notte di gennaio dove il freddo gela i testicoli

Come mani che graffiano l’interno di una bara. Mani che penetrano nel mio silenzio e affondano piano piano nel mio cuore. Pensieri taglienti come lamette percorrono le scanalature nel mio cervello, mentre una birra giace mezza vuota nel mio bicchiere. Penso che devo pisciare.
Gente che ti passa veloce accanto, ognuno col suo bicchiere pieno di storie, con il suo freddo da sentire per poter fumare. E ti senti a casa. A casa, ma mai così lontano da quel che vorresti essere.
La birra giace quasi finita sul tavolo davanti a te. Ti guardi attorno e vedi vecchi gruppi di persone, nuovi gruppi improbabili e gente triste, ma allo stesso tempo senti che qualcuno sta ridendo. Pensi ad un’altra birra.
Vedi nuove leve alcooliche pisciare proprio su quel muretto su cui, ai tempi, ci si facevano le gare con gli amici a chi gli durava di più. Ed è come un flashback. La mente di colpo torna indietro a 10.000 anni fa e un po’ sembra di tornare a casa.
La birra nel bicchiere giace finta. Forse è ora di andare. Tanta gente attorno, ed un vocio indistinguibile fonde pettegolezzi, storie vissute e cazzate. Ragazzi con i loro giubbotti tre quarti e ragazze in calze e minigonna si scrutano e si mostrano. Non so più cosa sta entrando nei miei occhi. Chiamo il barista “portami un’altra birra per favore”. Penso che quando sarà finita la mia serata finirà con lei.
Il bicchiere è di nuovo pieno. E di colpo, per un momento, il cuore accelera. Strappo di forza le mani che violano il mio cuore. Per un attimo torno libero. La mia mente si dissocia da tutto e la birra scorre veloce per la mia gola… Rimango solo. Penso che dopo questa piscerò.
Una canzone veloce come un fulmine s’arrampica per le mie orecchie e la strada comincia a scorrere veloce. Spingo sull’acceleratore fino a che la lancetta dei giri non indica rosso. Cambio. “Questa è una galoppata”. La strada scorre sempre più veloce sotto la macchina. Corre veloce ed i pensieri si sfumano e si fondono gli uni con gli altri. Corro veloce. Io sono la macchina, il mio cuore è il mio motore, il carburante è questa emozione. Penso…
La birra esce candida e gialla proprio come l’ho bevuta e si perde in mezzo all’erba in un piccolo fiume vaporoso. Sento il vento freddo sui testicoli. Mi riallaccio.
La corsa ormai è finita, la birra è finita in tutti i sensi… forse è ora di andare.
Ma in questa notte di gennaio dove il freddo mi gela i testicoli e il pene, una canzone torna di prepotenza.
Una canzone dei tempi di quelle gare a chi pisciava per più tempo…

Stratovarius  “Freedom”.

Ed è un continuo.

…e mentre mi preparo alle selezioni al master…
Ed è come quando si studiava all’università…
… e sento che piano piano mi amo sempre meno. Non è bello, ma è così.
Ed è tempo perso, treni passati e io che non ci sono più.
… e quando riappaio la mia mente mi sputa addosso, mi violenta, mi squarta e sparge le mie viscere per la strada.
Ed anche prendere una tazza di latte al cioccolato diventa fottutamente difficile.
…e anche godersi il sapore della birra diventa difficile.
Ed è difficile rimanere da soli e pensare…
…e in questo limbo non c’è redenzione…
Ed è tutto bianco e statico come le pareti della mia stanza.
…e anche prepararsi un panino con la mortadella diventa difficile…
Ed è come se qualcuno usasse lo sparachiodi per fissare qualche idea nella mia testa.
…e anche alzare la tavoletta del water diventa difficile…
Ed è come se qualcuno con una motosega ti facesse a pezzi piano piano.
…e anche accendere la tv diventa difficile…
Ed è come se dal buco del culo del mondo uscissero tentacoli pronti a risucchiarti.
…e anche spingere questi maledetti tasti diventa difficile…
Ed anche questo è esercizio di stile…
…e ahahahhahahaha…
Ed è come quando fuori piove ahahahahahahahaha
…e anche prendere la carta è difficile…
Ed è avere 241 amici e non voler parlare con nessuno
…e tutta questa gente è difficile…
Ed è odio e risate…
…e lughing & lughing…
Ed è un continuo piangersi addosso.
…e anche spegnere l’Ipod è difficile
Ed è un continuo.

Dio

Veniamo al mondo con il solo scopo di sopravvivere, ma tolto questo non c’è niente. Non c’è un Dio a vegliare su di noi, ne un parente scomparso, niente. E l’unica cosa che possiamo fare è ingegnarci per sopravvivere. Non basta l’amore ne gli amici (ammesso che ci siano). Il vero scopo della vita è in realtà un non-scopo. L’esistenza è una casualità. Il dare un significato a ciò è la prerogativa dell’essere umano. Trovare ragioni anche laddove non esistono è il motivo che fa andare avanti le persone. Ecco perché esiste la religione, ecco perché esistono le pulsioni, i sentimenti, gli istinti: per dare una ragione a una cosa che in realtà non ne ha.

Siamo frutto della casualità, senza un disegno preciso. Siamo solo il frutto di schemi di aggregazione/separazione simili a quelli chimici. I legante è l’amore in tutte le sue forme mentre lo slegante è l’odio in tutte le sue forme (amore ed odio per convenzione, potrebbero essere anche il contrario nei loro rapporti). I legami sono una equazione tra queste due forze, nulla di più. La vita sulla terra è una equazione che volge allo sbilanciamento fino alla saturazione. Una volta saturata, l’equazione tenderà a bilanciarsi nel modo opposto, fino alla fine dei tempi, Fino a che esisterà vita. E di tutti i legami creati infine, non ne rimarrà traccia.
In sostanza credo che siamo solo energia in trasformazione, nulla di più. Siamo solo il frutto della combinazione di elementi che per puro caso si sono combinati sotto forma di vita.
Infine, oggi, non trovo una sola ragione alla mia esistenza. Sono qui che vegeto nel tempo fino a che quei legami, per il tempo o per volontà, non si riequilibreranno.
Non sono nessuno per indagare il significato della vita, ma di sicuro posso cercare un significato della mia. Un significato che non riesco a vedere ne a sentire, e che forse, con tutta probabilità,  non so’ nemmeno indagare.

Scritto 13

Il cielo grigio mi penetra dentro come acqua che defluisce nel lavandino. Un vortice che gira in senso orario e che mi fa male alla testa. Ed intanto non faccio che dare spiegazioni a quello che sono, a quello che sento. Ma poi arriva il momento in cui sono costretto a dirmi la verità. Sono un ragazzo che continua a fantasticare su cose che non si avvereranno. Sicuramente per volontà mia, ma anche per congiunture non favorevoli. Ma sono comunque scuse. Scuse! Quante ne ho tirate fuori in vita mia. Quante volte ho pianificato spiegazioni assurde per quello che sono e che faccio. Ma d’altra parte non mi è consentito dire le cose come stanno. Perché farlo significherebbe togliere questa parvenza di spensieratezza e farmi piombare nel posto in cui meriterei di stare. Un posto in cui non è consentito sperare, perché ci si basa sulle proprie capacità. In cui non esiste il mondo che vorrei. Non esistono le persone che vorrei. …ed ho come l’impressione poi, che sia troppo tardi, che io sia troppo vecchio. Per tutto.
Così ho tolto questo blog da Monster. Ho fatto bene. Su questo blog, nel precedente e su Walksalone, ci sono solo parole ruvide come carta vetrata buone per pulirsi il culo e provare il giusto dolore. Ci sono ricordi di momenti, canzoni, situazioni, speranze, vecchi amici che non torneranno più. C’è la cronistoria di quello che avrei voluto e quello che invece mi sono procurato. Censure, tagli, oscenità e cazzate scritte in un italiano il più delle volte stentato. Scritte senza nemmeno rileggere.
Ma nonostante tutto va bene. Infondo, ho iniziato a scrivere per me. Per schiodare i miei dolori dal mio cervello e dalla mia anima. Per fissarli su pagine bianche composte da bit: un po’ come un moderno Dorian Gray. E come Dorian temo quel che ho scritto. Temo le mie parole e le valanghe di emozioni che esse possono riportarmi davanti. Solo una cosa mi differenzia da Dorian, anche se io ho paura delle mie parole non ne posso fare a meno. Anche se molte volte sono arrivato fino al punto di voler cancellare tutto. Di scendere da questa giostra. Ed ogni volta però non ho ritenuto che fosse la soluzione giusta. Anche perché farlo sarebbe come far suicidare un personaggio di un libro, il mio alterego.
Così alla straziante veduta di una linea orizzontale su di un foglio bianco, preferisco la scintillante merda che di tanto in tanto inonda le menti di quei pochi temerari che mi leggono. Anche se di loro, a dire il vero, ne son rimasti pochi. Inoltre Facebook ha tolto la facoltà di rispondere commentando sul blog. Commenti che sarebbero rimasti e che invece la  bacheca ha scambiato con un po’ di pubblicità. Un po’ come scambiar la propria anima, il diritto di replica, con un po’ di visibilità.

un demone di nome ossimoro

Ed ogni tanto il mio demone prende il sopravvento. Strappa brandelli di pensieri, li ingoia e me li defeca davanti. Ma nonostante tutto mi sento più forte e non so perché. Ma non basta. Le difese immunitarie sono ancora troppo basse per resistere a tutti gli attacchi.
Mi vien da pensare di aver sbagliato posto, anno e dimensione. Continuo a sperare ogni giorno nella “botta di culo” che con un colpo di spugna lavi via i miei problemi. Ma è come giocare ai gratta e vinci. Una volta soffiata via la polverina, ti accorgi di non aver vinto, ed è tutto come prima.
I giorni si susseguono uno uguale all’altro, ancora ed ancora. Davanti a me scorrono foto di momenti felici, facce sorridenti, cibi e situazioni comiche, ma guardarle mi lascia indifferente. Il demone, a dire il vero ha già da qualche giorno superato le mie difese. Lui si nutre dei miei ricordi, dei miei scritti, si succhia via i sorrisi delle foto, e di nuovo me li defeca davanti.
Questa mia vita sembra sempre di più un ossimoro. Vicino a scritti felici accosto talvolta scritti disperati e mi vengono in mente alcuni post su Walksalone in cui scrivevo dei miei viaggi a Macerata. Quanto ho disprezzato quel posto! Ed ora, quanto mi manca. Ma forse, non il posto, ma piuttosto come mi sentivo. Mi manca la spensieratezza di quando leggevo Bar Sport e trovavo tutti gli escamotage per tornare a casa il prima possibile.
Mi ricordo quei viaggi interminabili sul treno, 4 ore per 200 Km con cambio a Fabriano. Quanto tempo ho passato in quelle stazioni a pensare. Quanti ritardi, quante coincidenze saltate, quanti treni persi. Ma nonostante tutto, a distanza di anni non posso che ricordare quel periodo con piacere.
E di nuovo ossimoro. Come se quel demone venisse invocato da una parte di me, come se di tanto in tanto avessi bisogno di star male per ricordare a me stesso che sono vivo.
Come “A step ahead” rappresenta il passo avanti nel mio modo di pensare e “walksalone” le mie radici di cui non mi potrò mai separare, l’intento di scrivere su di un blog “sempre” cose belle è da tempo venuto meno. Così come nel cielo non può sempre splendere il sole anche in questo spazio, anche in questo “anno di buoni propositi” non posso non rispettare la mia natura duale.
E’ difficile ammetterlo ma questo demone non è qualcosa di “altro” rispetto al mio essere, ma piuttosto è parte di me.