Ha più senso scrivere su di un blog che non commenta più nessuno?

Un blog senza commenti ha ragione d’esistere?
Una serata passata assieme ad amici di un tempo. Urla nei microfoni ed alcool per spegnere la maledetta sete. E la sensazione costante di sentirsi fuori posto, troppo vecchio e forse anche stanco. Come i capelli bianchi che fanno capolino sulla mia testa. Segno dei tempi che cambiano?
Crisi si susseguono, momenti di euforico malessere esplodono da dentro e gli infiniti viaggi mentali per ogni cosa che mi accade.
Una pioggia che ha lavato via una serata sui go-kart, una serata che veloce è scivolata fin dentro ad un forno. Tante persone, storie ed aneddoti, pian piano si perde la sensazione di ritrovata novità e mi ritrovo a volere altro.
Un primo maggio di domenica, il tempo incerto per decidere dove andare.
Un tre maggio che si avvicina con la mia sfida, treni da prendere. Torno a scriverlo, quasi per non perdermi nei meandri di quello che vorrei trovare sopra di essi.
Un sole che non vuole uscire da dietro le nuvole e…
Ha più senso scrivere su di un blog che non commenta più nessuno?

Evidentemente si, e forse ancor di più.

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Prendere o lasciare.

Illusioni nei rapporti sociali,
una luce stroboscopica che mi confonde.
Una telefonata arrabbiata, indecisione, malessere.
Quand’è che il lunapark si è spento?
Com’è che di tante luci sia rimasta accesa solo la stroboscopica?
E’ tanto difficile. E’ difficile sapere cosa fare, come muoversi, cosa dire.
E’ tutto un muoversi a scatti, immagini bruciate alternate a buio.
Come stati (d’amino) scritti su di un social network per far vedere.
Post, scritti, rabbie represse, odio che si espande come una macchia d’olio sul pavimento.
Una voglia infinita di volare via da qui.
Una voglia infinita di starmene da solo, proprio quando ci sarebbe bisogno di me.
Ma va bene, anzi no.
Non va bene, Non va bene quando per me non c’è respiro. Non va bene quando i miei vestiti mi vanno stretti, non va bene quando debbo decidere per due, non va bene il mio volere.
Questo è il mio post. Questo è il mio spazio, questo sono io.
Prendere o lasciare.

Ed è come un calcio nello stomaco dopo un’indigestione di fritto.

Alla Faccia Vostra!!!

Tanti inizi di post nella mia testa. Chilometri che scorrono veloci e lo stereo che spara “God Hate Us” degli Avenged.
Fuori dal finestrino i campi sotto il sole si colorano di giallo, e nello stesso momento sento penetrare nella macchina l’odore della primavera e della vita che mi sfiorano l’olfatto. Ma solo per un attimo.
Lo stereo cambia canzone: “Hell’s bells” degli Ac/Dc irrompe nella mia giornata.
Ed è come un calcio nello stomaco dopo un’indigestione di fritto.
Di colpo torno indietro di 4 anni. Per un attimo mi sento ancora su quel treno a gasolio che da Fabriano mi portava a Macerata, quando il mio lettore mp3 riproponeva ancora ed ancora un misto di Ac/Dc e Iron Maiden. Una sensazione intensissima che subito dopo si mischia ai dolori di questi ultimi anni.
E non mi è possibile non pensare che a grandi cambiamenti sono sempre corrisposti grandi dolori, ma anche, e soprattutto, grandi gioie.
All’inizio fu il 2003, quando distrutto da 4 mesi di ingegneria informatica ad Orvieto (di cui non capivo una mazza), approdai a scienze politiche a Viterbo. E li, per la prima volta, sentii che quel che facevo mi si adattava come un vestito. In quegli anni assaggiai per la prima volta cosa voleva dire vivere, a modo mio certo, ma assaggiai quella forza e quella sicurezza che ritrovai solo in un altro periodo difficile ma altrettanto bello: fine 2006 inizio 2007.
Ad agosto 2006 presi la decisione di andare a Macerata come fuori sede, scelsi la facoltà di economia e il corso in Pubblicità e comunicazione d’impresa. Fu un periodo entusiasmante sotto molti aspetti, ma per certi altri fu altamente distruttivo. Non amavo particolarmente, e specialmente all’inizio, la vita del fuori sede. Incastravo lezioni per rimanere il meno possibile a Mc e ogni settimana mi facevo 8 e più ore di treno tra andata e ritorno a casa.
Se ci ripenso, credo sia stato un periodo devastante, lo stress era al massimo, gli esami (22 in tutto e da fare in 2 anni) erano esami di economia adattati al mio corso. Ma non mi feci scoraggiare da questo. In quel periodo capii che i miei punti di forza, la mia resistenza, la mia tenacia, superavano di gran lunga i miei punti di debolezza e in circa 2 anni e poco più riuscii a laurearmi con il massimo che potevo raggiungere: il mio agognato 110.
All’epoca, ed era aprile 2009, non sapevo cosa sarebbe arrivato dopo.
La risposta non tardò ad arrivare.
A maggio trovai uno stage, che in realtà era un lavoro con meno tutele, presso Orsolini e ci rimasi per 6 mesi tra pignatte, travetti, muratori, colleghe che parlavano in continuazione e una voglia infinita di fare altro.
Arrivò dicembre, me ne andai. Seguì un periodo di disoccupazione e alla fine, verso marzo 2010 ottenni un contratto a tempo determinato come category con la Ciba Vision.
Di lì Seguì un periodo entusiasmante quanto inutile. Il lavoro prevedeva andare a parlare ad un gruppo selezionato di ottici e proporgli pubblicità, in-store promotion e fare un po’ di visual merchandising: praticamente come insegnare a un velociraptor i vantaggi dell’essere vegetariano…
Ottobre 2010, conclusione naturale del contratto di sette mesi. Seguì un periodo di grandissima depressione. C’era vergogna di uscire, di sentirsi disoccupato. Non sapevo quale decisione prendere, migliaia di curriculum inviati, Zero colloqui e rapporti interpersonali che facevano a dir poco cagare.
E fu gennaio 2011. Uno spiraglio di luce. Finalmente. Un capodanno divertente che non mi sarei mai aspettato e una decisione amara, costosa (soprattutto) e coraggiosa: il Master.
Il mio capo alla ciba Visiona aveva un master in marketing management e un percorso di studi (per il senso più lato del termine) simile al mio.
Febbraio, tempo di selezioni al master. Passate: il 12 aprile sarebbe dovuto iniziare ma per problemi organizzativi slitta tutto al 3 maggio prossimo.

Anni che passano, anche Homer se n’è andato. Rimane Naruto, mi allontano e mi avvicino a compagnie, alla mia donna e non so se questo sia un vento nuovo. Se sia uno di quei cambiamenti che ti stravolgono e alla fine migliorano la vita.