Dust

Guardare il dolore negli occhi di un amico, vederlo liquefare in lacrime salate che si riversano a terra. Pensare al suo cuore, cinto da una corona di spine, vederla serrare la sua morsa in ogni istante, sempre di più.
Non riuscire a dire niente, e sentirsi svanire nella mancanza di chi non potrà essere con lui. Con noi.
Ho visto la fede di chi crede vacillare di fronte a ciò. Ho visto molte parole perdere di consistenza per poi evaporare via. Non c’è niente che serva, non c’è niente che mitighi.
Rimane solo un vuoto colmo d’amore nei cuori di chi rimane.

Polvere.
Null’altro che polvere nella chioma del tempo.
Noi siamo.
Come piccoli granelli di sale in un oceano di sabbia.

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Così sia.

Tutti questi scritti. Tutti questi caratteri messi in riga uno dopo l’altro…
Voler raccontare ma non avere le parole. Voler parlare, ma sentire di non avere nessuno a cui importi ascoltare.
Ed infine, in  una fresca sera d’agosto sentirsi un po’ più soli.
Una vita che scorre a tratti, ora lenta, ora veloce. Tra lavori, università, corsi e master: il trentatreesimo scritto viene così, all’alba della mattina di Ferragosto. Tra parole scritte su di un foglio elettronico e una persona che poco prima quasi mi ha vomitato sulle scarpe.
Realizzare nella sua pozza di vomito spalmata a terra una solitudine veloce e repentina non è il massimo. Come non è il massimo, prima non voler partire, per poi non voler più ritornare …e una volta a casa, sentirsi stretto in questi schemi di paese, mentre qualcuno vicino a te si rolla una canna.
Non voler bere, non voler fumare ma volersi un po’ più bene.
Sentire che è quasi l’ora di dormire perché domani vuoi andare  a correre. Ma non averne voglia.
Ricordarsi nel proprio cervello i discorsi di persone che ti si dichiarano senza nemmeno troppo diritto, “amiche”, e non voler giustificare i loro comportamenti. Non voler giustificare nulla e assumersi il rischio di tutto quello che si scrive e non si dice.
La mia storia che non interessa e il mio demone che vive nelle pagine tristi, le paranoie ed i dolori di quasi 6 anni di blog.
Sentire un’ossessione costante di “quello che se ne è andato e che non tornerà più”, parlare di una via d’uscita e non vederla. Avere la speranza di una possibile realizzazione ed intanto vedersi crollare tutto addosso, l’economia, i rapporti falsi, le scelte sbagliate.
Lo stesso giro in macchina, la stessa macchina e la stessa faccia. Ho visto la mia via sparire per poi ritornare e poi sparire di nuovo.
Mi sento perso in questi anni di tentativi andati a vuoto. Mi sento perso in questo buio in cui la notte con la luna come occhio, mi scruta dentro l’anima ed infila le sue mani fredde dentro me, portando a galla la mia vena malinconica.
…e realizzo che se questa deve essere la mia via, se questo deve essere il percorso “di un uomo che cammina da solo”,  di un uomo destinato a camminare sulle proprie macerie perché dotato di un peccato più grande o di una virtù superiore, allora, così sia.

Non sono altro che una nota leggera che si perde nell’aria

Forzo la mano, nel mio cervello.
Mentre passo lento, vedo gente che gioca fuori dai bar. Come ho visto già  troppe volte. Incontro ragazzi con una vita davanti e sento dentro all’anima che questo non è più il mio tempo.
Solo nella mia macchina mi ritrovo ad ascoltare la stessa musica, sempre uguale ormai da un decennio.
Mi sento fuori posto. Mi sento sbagliato. Sento che dovrei lasciare spazio…
Penso ad amici che si separano, ad amici che si sposano, ad amici che aspettano un bambino, ad amici che si comprano una moto, ad amici che vanno in vacanza, ad amici che trovano lavoro, ad amici che partono e poi tornano e che magari non troveranno più una donna ad aspettarli…
Vedo. Con occhi che osservano fuori dal tempo e si lasciano scorrere addosso lacrime piene della vita degli altri.
Mentre nel mio cuore cieco, un malessere non identificato monta da dentro. Non è vendetta, non è rivalsa non è… ma solo Dio sa quanto vorrei vedere bruciare tutto questo. Consumarsi piano piano, azzerarsi per poi ritornare alla polvere…tutto insieme a me.
Ma senza i miei occhi, senza le mie mani, le mie ossa e la mia pelle non potrei sentire nulla.
La musica si è portata via tutto. Non sono altro che una nota leggera che si perde nell’aria …e non c’è fuoco, non c’è acqua, non c’è terra, non c’è vento che possa darmi consistenza.
E nel mio cuore cieco, un bambino di 4 anni sta giocando con la sabbia sulla riva del mare. Nel mio cuore cieco, quel bambino sa che perderà delle persone, ma intanto con la paletta cerca di tenere su quel castello che con tanta fatica ha fatto emergere tra i granelli. Ma le onde del mare di tanto in tanto si portano via qualche pezzo e la sua paletta non è abbastanza grande, il suo secchiello abbastanza profondo, per poter tenere tutto in piedi.
Quel bambino sa che suoi occhi perderanno vitalità e prima o poi si chiuderanno.
Ed intanto il fuoco avanza, lento ed inesorabile come il tempo e… brucia. Brucia anche la mia anima.
Oh fenice, fenice, fenice…

Diabolica Provvidenza

Tratto da da Walksalone 13 agosto 2007:

Diabolica Provvidenza

Dal “Il bar sotto il mare di Stefano Benni” pp95.

Esiste allora una diabolica Provvidenza che prepara l’infelicità nella culla, che getta premeditatamente esseri angelici ricchi di intelligenza in ambienti ostili, come martiri nel circo? Vi sono dunque delle anime sacre, votate all’altare, condannate a camminare verso la gloria e la morte, calpestando le proprie macerie? Inutilmente si dibattono, inutilmente si addentrano nel mondo, ai sui fini ultimi, agli stratagemmi; perfezioneranno la loro prudenza, sprangheranno tutte le uscite, barricheranno le loro finestre contro i proiettili del caso: ma il Diavolo entrerà nella serratura: una perfetta virtù sarà il loro tallone di Achille, una qualità superiore il germe della loro dannazione.

…mentre i proiettili fischiano sempre più vicino alla mia testa.

…nella polvere, sotto il fuoco, lo stomaco esplode in mille pezzi, tutto è andato.
Sono perso mentre il nemico avanza.
Sono perso mentre sento fischiare sopra di me i proiettili sparati nella mia direzione.
Nella polvere, mentre vedo avvicinarsi per poi sparire di colpo la vetta.

Forse, non ho creduto abbastanza.
Forse è ancora tempo di domande.

Sento la tua voce nel mio vuoto, urlarmi dentro per poi sparire nel silenzio.
Un senso di perdizione.
Come uno schiavo che si piega difronte al suo padrone.
Sento montare in me la rabbia.

Sento la mia mente perdersi nelle bugie, nella paura e nello sconforto.
Giusto il tempo di voltarmi indietro per guardare la mia ombra protrarsi verso di me, prendermi per le caviglie e fluirmi dentro gli occhi.
…la paura mi scorre nel cuore.

Nella polvere, la vetta a pochi metri da me…
…mentre i proiettili fischiano sempre più vicino alla mia testa.