Io non posso vivere, ma nemmeno morire.

Il giorno successivo il cielo era grigio ed oscurava a tratti il sole. L’aria si era fatta densa ed umida con il suo carico di gas e di smog. Frank non riusciva a non pensare alla lettera dell’amico.
Si dice che la notte porti consiglio, e in quella notte più di mille immagini avevano solcato la rosa dei pensieri di Frank che in un crocevia di ricordi non era riuscito a dormire.
Quel “non mi dimenticare” preannunciava qualcosa che sapeva che prima o poi sarebbe accaduto, in uno stile perfetto e maniacale, come solo Walksalone sapeva fare.
Scese in strada e prese la Start, si diresse verso un distributore situato sulla strada che porta da Fabrica di Roma a Civita Castellana. Doveva fare carburante. Ne avevano bisogno la sua macchina e il suo cervello. Per la macchina avrebbe provveduto la pompa della benzina, per il suo cervello avrebbe provveduto lui stesso: Dio – Don’t talk to strangers.
Si rimise in strada.
Anche se espressamente vietato dalla legge, Frank teneva il cellulare in mano con il numero dell’amico. Voleva chiamarlo, ma non ne aveva le forze. Non sapeva cosa dire, non sapeva cosa chiedere, e in effetti c’era un po’ di paura nel sentir pronunciare parole dall’amico.
Walksalone è stato sempre più forte di Frank. Più deciso, più scaltro, e sicuramente, per avergli mandato quella lettera, aveva in mente ben più di attirare l’attenzione.
Si decise, spinse il tasto chiama sullo schermo touch-screen del telefono e la chiamata partì.
In quegli interminabili secondi dello squillare del telefono, Frank pensava a cosa sarebbe potuto venire dall’altra parte della cornetta. Forse si aspettava una voce diversa, un silenzio particolare, grida o chi sa quale altra cosa.
Ma nulla, Walksalone rispose normalmente.
-Ciao Frank. Come va?
-Tutto ok.
-Hai ricevuto la mia lettera?
-Si, ed è proprio per questo che ti chiamo.
-Cosa hai intenzione di fare Walk?
-Perché ti rifai vivo con queste parole?
-Non ne voglio parlare per telefono.
-Raggiungimi dove sai tu.
Agganciarono.
Frank accostò la sua Start e fece inversione. Direzione “Vetralla – il boschetto”.
Il boschetto era un posto situato in campagna. Un piccolo spazio all’incrocio di due vie che costeggiano il perimetro della città.
Era l’unico posto venuto in mente a Frank. Walksalone, gliene aveva parlato qualche anno prima.
C’era una grande quercia carica di foglie verdi che maestosa si stagliava su di un prato.
A ridosso del suo tronco c’era una rete metallica intrecciata, vecchia ed arrugginita sorretta da pali di legno ormai marci.
Il sole, carico di una luce invernale che non riusciva a scaldare l’aria, illuminava il paesaggio mentre ogni tanto, una nuvola passeggera gli passava davanti eclissandolo per pochi minuti.
C’era odore d’erba bagnata e legna di castagno bruciata.
Parcheggiata sotto l’albero c’era una Reat Torpedo glx bianca. Riconobbe subito l’auto dell’amico e gli parcheggiò accanto.
Una sensazione di piacere misto a dolore percorse la schiena di Frank.
Come appena uscito da chi sa quale percorso nelle tenebre, Walksalone scese dall’auto. Aveva indosso degli occhiali scuri tipo Matrix, una giacca di pelle marrone consumata dal tempo, jeans strappati e delle vecchissime Dr. Marxen ai piedi.

  • Ciao Frank, ti trovo bene.
  • perché mi hai fatto venire fin qui Walk?
  • Sempre dritto al punto, come al solito…
  • Comunque Frank, ricordi quella sera nella 500 quando ci siamo fermati a parlare nel parcheggio sotto le vallette? Eravamo ubriachi entrambi ed anche se non ricordo con precisione tutto quello che ci siamo detti, c’è una frase che mi sono portato dietro per tutti questi anni: “Io non posso vivere, ma nemmeno morire”.
  • Me la dicesti prima di sporgerti dal finestrino e collassare sulla portiera dell’auto. Ricordi?
  • Si, mi ricordo, ma cosa vuoi dire?
  • Dai credo che tu abbia intuito il motivo per cui ho voluto parlarti.
  • Frank, non mi rimane molto da vivere. La scorsa settimana mi è stato diagnosticato un tumore al cervello. Due mesi di vita.
  • I dottori vogliono che io mi curi, che provi con la chemio e con la radioterapia, inoltre mi hanno parlato della possibilità di una cura sperimentale che viene dall’America. Vogliono salvarmi Frank.
  • Non capisco perché me ne stai parlando. Perché sei qui e non a curarti?
  • Beh sono stronzate. Le cure, ammesso che funzionino, possono al massimo darmi qualche mese di vita ed io voglio morire con dignità, per mia scelta.
  • Ho scelto sereno stavolta Frank.
  • Ascolta Walk, non fare cazzate! Hai sempre voluto recitare la parte del ribelle, ma non capisco questa “cosa”. Perché non vuoi curarti, magari c’è una possibilità che le cose si sistem…
    Walksalone non gli lasciò finire la parola che con un gesto fulmineo si tolse gli occhiali. I suoi occhi erano rossi e gonfi di lacrime.
  • Amico mio. Questo non è più il mio tempo. In questi anni, da quando ci siamo conosciuti, ho vissuto un’ascesa e una caduta dopo l’altra. Una giostra infinita di gioie e dolori in cui l’inferno e il paradiso si sono presentati sempre nello stesso istante, non lasciandomi godere della gloria ma preservandomi allo stesso tempo dalla dannazione.
  • Non è il mio tempo e anche se potrà sembrati paradossale, l’unico modo per continuare a vivere è attraverso te, i tuoi ricordi, i tuoi scritti. In questa via, si,  non sarò più vivo, ma nemmeno morto.
  • Ecco, ti ho portato i miei scritti. Raccontano della nostra amicizia, dei nostri ricordi e vorrei che li tenessi tu…

(continua).

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