We chase misprinted lies

Sento ribollire il sangue e non so perchè.
Qualcosa mi esplode dentro al petto e vorrei fermarla. Ma non posso.
Piscina a pausa pranzo per tenersi in forma e tornato al lavoro un panino davanti al pc. Ogni giorno Roma e ritorno. Tonnellate di volti che vivono nella mia testa e qualche sogno bagnato. Vorrei fuggire per qualche giorno e lo farò.
Un piccolo viaggio verso Macerata per trovare un mio amico che a ottobre si sposa. Io e la mia moto, lo zaino in spalla e quelle strade che solo qualche anno fa percorrevo in macchina nei miei viaggi verso il futuro.
In questo periodo ho accelerato molto, ho girato la manopola del gas fino a spingere il mio corpo e la mia mente oltre. Quanta birra, quante volte ho camminato sul filo del rasoio. Cene, vecchi amici, qualche discoteca e un pochino di assenzio per placar i malanni. Un bacio dato soltanto perché ero da solo e una discoteca che mi ricorda i tempi andati. Ma tutto questo non mi soddisfa. Non riempie il vuoto che esplode nel mio petto. Ed ho quasi paura di non riuscire più a provare qualcosa che valga la pena sentire davvero.

E il mio cuore è lì. Fermo al crocevia dei miei pensieri. Ancora un volta vorrei l’adrenalina, vorrei poter salire su di un treno e iniziare un’avventura: una lei che mi aspetta alla stazione e che appena mi vede mi abbraccia come se fosse la prima volta, e mi bacia come se non l’avesse mai fatto.

We chase misprinted lies
We face the path of time
And yet I fight
And yet I fight
This battle all alone
No one to cry to
No place to call home

On air: Nutshell, Alice in Chains

Moleskine nera

Una Moleskine nera e pagine su cui appuntare i miei pensieri.
Me l’ha regalata un vecchio amico per il mio ventiseiesimo compleanno.

Forse uno dei regali più utili di questi ultimi anni.
Dal 2009 continuo ad scriverci quel che mi passa per la testa: dal mio primo viaggio di lavoro a Venezia passando per i viaggi in treno verso Roma, fino ad arrivare agli abbozzi di pensieri mentre sono al lavoro in questo ultimo periodo.

Parti di canzoni e di sensazioni. Volti che mi son passati davanti lungo il binario della mia vita. Riflessioni che si perdono tra l’inchiostro di qualche pagina.
Momenti in cui avrei voluto essere libero. Momenti in cui lo sono stato. Gli aperitivi fatti alle 6 con i compagni del master, la Forst, e i viaggi in treno mentre ero brillo.
E infine, i momenti in cui avrei voluto mollare e i momenti in cui non l’ho fatto.

Una Moleskine nera: lo Zibaldone dei pensieri, della mia vita. L’organo del mio corpo che tiene traccia di quello che sento, dei brividi che mi passano sotto la pelle, dei sentimenti che sono rimasti appesi tra le lettere di ogni parola.

P.s. Forse già te l’ho detto, ma grazie di cuore per avermi fatto questo regalo.

Always the summers are slipping away
Find me a way for making it stay

On air: Trains, Porcupine Tree

E “quelle nuvole” mi risuonano in testa

Un’emozione veloce e una canzone.
Parole a cui non riesco a dare un volto.
E la magia del non sapere.

Non so perché, ma c’è qualcosa nell’aria che mi spinge a pensarci.
E “quelle nuvole” mi risuonano in testa.
E perso in un fiume di pensieri, sento che tutto questo non ha un senso.

Do we stay mute?
Or raise our voice?

Ma un’idea mi intriga, una canzone dei Sonata Arctica, come tanti anni fa.
La scarica d’adrenalina che ti prende al cuore quando succede qualcosa fuori dall’ordinario.
Quando la mente brama qualcosa che, anche se non ha senso, ti tocca in una parte di te ormai dimenticata.

E questa, in un certo senso, è la mia risposta.

On air: Porcupine Tree, Collapse The Light Into Earth

Uscita laterale

Alla fine della fiera quello che conta sono le sensazioni che senti sotto la tua pelle. Alcune persone sono vuote, punto. Sono come pezzi di puzzle che visti da lontano sembrano belli, poi, mano a mano che ti avvicini fanno sempre più schifo. Il problema è che questo vuoto, un po come fa un buco nero, prova sempre a risucchiarti. Prova, ma non sempre ci riesce. Alcuni tipi di inutilità sono autoreferenziali, e puoi essere bello o bella quanto ti pare, ma rimarrai sempre inutile. E ti ritrovi ad accelerare i “titoli di coda” fuggendo attraverso la tua ormai collaudata “uscita laterale”. Una volta andato ti fermi a pensarci, e ti rendi conto che queste sensazioni, anche se tardi, finalmente hai imparato ad ascoltarle.

On air: Skyclad, I Dubious

Il profumo del “risveglio”

Usare le parole di qualcun altro è sempre un’arma a doppio taglio. Bisogna sceglierle bene perché si sta utilizzando il pensiero altrui per descrivere il proprio e non è possibile quindi commettere errori.
Ma anche se è facile sbagliare, mai come questa volta le parole che andrò ad usare, le sento così mie, così vere, così vicine al mio modo di pensare:

O.F.

«Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee: sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umilità, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così».

Oriana Fallaci [Da Se il sole muore, Rizzoli 1965]

Vetri appannati.

Vetri appannati.
Bere insieme una birra in macchina come facevamo tanti anni fa.
I tuoi occhi verdi, mi avvicino sempre di più. Sfioro le tue labbra.
Sento il tuo respiro.

Nuovo cinema Paradiso

Nuovo cinema Paradiso

Un pensiero mi rapisce mentre sento scorrere la vita nelle vene.
Assaporo il tuo bacio e vorrei tenerti stretta, ma tu fuggi via.
Ti sfioro il collo con la mano, la lasci scorrere fino a fermala tra i capelli.
Il mio respiro.

Il battito che accelera mentre i sedili vanno giù.
Voglio averti qui, subito, voglio sentire la tua pelle sulla mia.
Ma la birra sta finendo e tutte la parole che ci siamo detti danzano nell’aria.
E sdraiati l’uno difronte all’altra abbiamo ancora indosso i vestiti.

Un momento che sembra durare ore.
E il cuore che vuol battere ancora.
Vetri appannati, e il mondo che zitto zitto resta chiuso fuori dalla macchina…

On air: Nuovo cinema Paradiso, scena finale.