Parlami d’amore

“No more head trips”

vorrei dirti che è stato il tempo
o il fato
ma quando ti ho detto ti amo
ho mentito

hai rubato il mio cuore
e senza di esso ora
sento solo il dolore
pulsare nelle vene

hai lasciato una ferita
la mia bugia che non
si rimargina
e che continua ad infettarsi

non ci sono parole
per dirti ciò che provo adesso
non ti posso avere più
e non mi sembra vero

hai preso questo amore
e lo hai mixato
con paure e delusione
carne e sudore

ti ho detto ti amo
ma non ho mentito
alla fine ho sempre
voluto solo una come te

Sul giradischi: Pantera, This love

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La (mia) verità è nei Lego

Se ancora non si è capito, per me questo è un periodo strano.
Magari saranno i trent’anni fatti da poco o le turbolenze nel mio ambiente lavorativo.
Fatto sta che il periodo è strano. E mi vien da scrivere.

Scrivo mezze poesie intrise d’amore e disillusione, rabbia e ricordi.
Ho scritto un post in cui parlavo della mia verità (in verità vi dico ndr.) e che mi son reso conto poi essere impubblicabile. E per ciò rimarrà a marcire tra le bozze, forever (ma ho riciclato il titolo, così, per sfregio).

Quindi sono giunto alla conclusione che la verità proprio non la posso dire.
Non posso dire la verità su me stesso.
Non posso dire la verità su quello che faccio.
Non posso dire la verità sulle relazioni che intrattengo con gli altri.
Non posso dire veramente cosa penso dell’amore, di quella ragazza là, tanto b(u)ona, tanto cara e di tante altre stronzate.

Mi son reso conto che se provassi a dire la verità, probabilmente non ci crederebbe nessuno.

Così già da un po’ ho deciso di “infilare la verità” dentro ai miei post.
Brandelli smozzicati di cose che mi sono accadute veramente, condite con insalate di cose che mi sono inventato di sana pianta.
Mezze balle quindi. Sì, mezze, Ouuuuuuu Yesss!
Balle a perdere, mezze ripiene di verità.

E poi, a dire il vero. Qualche volta la verità la dico tutta.
Ma tanto in mezzo alle mezze balle, chi mai la può scovare?
Perché alla fine, la verità o la non verità, a chi interessa veramente?
Probabilmente, e qui il mio genio viene fuori tutto di botto, la verità interessa solo a me.

Ora si è capito che è un periodo strano? Sì? Strano ma vero.
Sono strani i miei rapporti.
Sono strane le cose che faccio.
Stranito mi sento quando torno a casa.
Stranito mi sento quando vengo a Roma.
Stranito mi ci sento il venerdì.
Stranito mi ci sento il sabato e pure la domenica.

Stranamente non mi sento stranito quando sono in acqua.
Non mi sento stranito quando giro per Amazon in cerca di un modellino di Lego Technic da costruire.

…e sì, ieri sera ho tirato fuori i Lego di quando ero piccolo. Ho costruito una moto e un Go-Kart. Cioè, ci ho fatto mezzanotte.

imageSe ancora non si è capito, per me questo è un periodo (molto, ma molto) strano.

brandelli

Come acido muriatico su vecchi tubi di scolo mi corrodi dall’interno.
Mi sciogli piano piano fino a non lasciare più nulla della mia corazza.
Tu sei il mio cinismo e la mia disillusione.
Sei il sogno che non avrei voluto più rifare.
Sei la perdizione e la carne.
Sei il solco lasciato dal tempo, la ruga onnipresente che si è impadronita della mia fronte.
Sei quel maledetto specchio che mi ricorda da quale inferno vengo e in quale inferno sto andando.

Corrodi ancora ed ancora, fino a portare alla luce la bestia che non sono riuscito ad addomesticare.
La volpe che riesce a liberarsi dalle catene che con cura gli ho stretto alle caviglie ed ai polsi, e che adesso si proietta verso l’esterno con una forza che non credevo più possibile.

– Ma ora ho deciso di non combatterti più. Ti lascio libera, ti do il tuo spazio.
– Fai pure quello che vuoi, nutriti di quel poco che mi è rimasto.
– Ma sappi che quando mi avrai divorato completamente, sarà ancora una volta il mio turno. Ed il ciclo si ripeterà ancora. Lo specchio cadrà in frantumi e tutto quello che volevi nascondere verrà rivelato al mondo, lasciando tra i vetri qualche brandello di me e di te ormai indistinguibile.

Quindi amami adesso, amami in questa forma, ama la bestia che dentro m’alberga e la nuda pelle di cui si ricopre.
Non ho nulla in più da poterti donare se non la mia rabbia e l’amore che ho perduto.

Sul giradischi: Hemorrhage, Fuel

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Walksalone #3

Una vecchia e piccola auto bianca.
Parole urlate. Parole sincopate, interrotte e poi taciute.
E poi lacrime. Lacrime che cadono su cicatrici.
E bruciano, ardono la carne viva.
E nel petto schiocchi, tumulti e poi frammenti di vetro.
Che cadono a terra e si mischiano col sangue.

L’apparenza si scioglie, cola sul pavimento.
Una maschera di cera fatta di momenti e titoli,
canzoni e fotografie.
Anni passati che perdono di consistenza.
E una nuova forma.
Il mio dolore e il male che ho fatto.

Di me rimarrà solo questo:
un nome cancellato con sopra le cicatrici
e poi, vene rigonfie e l’aritmia perenne
di un’amore che sussurra parole biascicate al vento,
e sguardi di rabbia che però, dopo tutto,
non dicono più niente.