La fuga nel vuoto, e il vuoto nella fuga.

E mi sono reso conto che la mia, adesso, è una fuga.
Tutto il giorno a Roma, poi la sera verso il borgo natio selvaggio.
Piscina, palestra, pancrazio, tutto per non stare a casa.

Ma non è voluto. Me ne sono accorto piano piano. Andando avanti.
Non ho mai sentito il bisogno di fare attività sportiva. E ora son 2 anni e più che almeno un paio di volte a settimana debbo fare qualcosa. Nuoto, corsa, pancrazio. Devo riempire le mie serate e la mia vita con qualcosa.
Sono fuggito (anche) da una ragazza che mi amava, e non volevo rimanere solo, ma ne ho sentito il bisogno.

L’eterno fidanzato che alla fine, mentre i trentenni si sposano, figliano e fanno famiglia, sceglie se stesso.
E sempre più spesso mi son chiesto e mi sto chiedendo se questo sia davvero scegliere me stesso.
Rapporti occasionali che mi lasciano bloccato nei sentimenti. Il deserto più totale quando non riesci più a scorgere in una ragazza quella scintilla che ti fa dire: cazzo sono innamorato.

E poi mi rendo conto che anche qui, il blocco è mio. A differenza del Pirata LeChuck, non sto mettendo né rischiando tutto me stesso, sto proteggendo il mio stomaco e il mio cuore non dando (troppo) spazio alle emozioni. Perché quelle che ho provato ultimamente, il cuore e lo stomaco, lo dilaniano, per davvero.
Un trentenne può dire di aver paura di soffrire? Posso dire di non voler rischiare un rifiuto, precludendomi un successo?

E chi mi conosce un po’ dice che sono bloccato. Ed è vero.
E sto cercando di porre rimedio a questo.
Si, lo sto facendo. Come al solito il mio metodo è bislacco e strano, ma si, è il mio: maglietta degli Iron Maiden e jeans scoloriti e strappati dal tempo corredati di Converse a spasso con mio nipote in una 500 del 77.

Mi fa sentire bene la cosa. Quando non sono al lavoro, quando il paese mormora, così mi sento bene. E mi ricorda tanto il me diciannovenne in pieno periodo triennale. I corsi, l’università, gli amici, le cene, l’alcool, le ragazze, le battute e il mio “happy ciao” da coglione.
Fuga.

E’ una fuga in piena regola. Fuga mentale, fuga alcolica, fuga non finalizzata.
L’istinto primordiale davanti a una minaccia: combatti o fuggi. Ma non è così.
In realtà, la mia battaglia la combatto ogni giorno. Ogni giorno con il ricordo. Ogni giorno con gli occhi di mio nipote e di mia sorella. Ogni Giorno con un Nonno che fa da Papà e uno Zio che si rende conto di non essere così presente come vorrebbe.

E infine, è una fuga dal tempo che passa. Una fuga dalla fine, anche di questo post. La pausa pranzo è finita e io non so più che dire…

On air: Alice in Chains, Nutshell

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5 pensieri su “La fuga nel vuoto, e il vuoto nella fuga.

  1. Quella che tu chiami fuga io l’ho definita costruzione perché ci vuole tempo a costruire muri che gli altri hanno abbattuti, ci vuole tempo a ritrovare certezze ma è da lì che si riparte.
    E lo scriverai un post senza fuga, stavolta con il sole in tasca.
    Scommettiamo? 😉
    un abbraccio
    Affy

    Mi piace

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