The scars that bear my name

Cicatrici che portano il mio nome e l’incertezza di un periodo. Spingo questo corpo fin dove la resistenza lascia spazio alla pazzia. E mi ritrovo a vagare di notte per sentieri che una volta trovavo familiari e che ora sono sconosciuti.

Mi chiedo se sono un uomo di pace, o un uomo di guerra.

Are you a man of peace
Or a man of holy war
Too many sides to you
Don’t know which anymore
So many full of life
But also filled with pain
Don’t know just how many
Will live to breathe again

Guardo ancora le macchie che ho in volto. Un anno è passato. C’è chi dice che dovrei coprirle. Ma quando ho sentito il ghiaccio penetrarmi nel cuore ho capito che me le sono guadagnate.
Così mi ritrovo ad andarne fiero. Loro sono il simbolo sulla mia pelle di quello che ho vissuto, di quello che ho passato e della forza che ho trovato per andare avanti. Il fregio di una versione di me che non pensavo potesse esistere. Il monito, tutte le mie paure e le speranze per il futuro.

E se ora posso sentire il cuore battermi nel petto come mai ho sentito prima, in parte lo devo proprio a quello che esse rappresentano, al male, alla disperazione, e infine all’amore.

Battiti che aumentano di frequenza e
un cuore impazzito che scalpita nel petto.
Le mie mani sulla tua pelle e
dolce sudore nella notte che va.

Il tuo odore che mi confonde e
poi mi indica la strada verso il tuo collo.
Seni di Valkyria tra cui perdermi e
la mia lingua per assaporare ogni istante.

Sono già perso quando ti guardo e
i tuoi occhi così verdi e intensi mi disarmano.
Le lacrime lasciano spazio al sentimento e
poi labbra bagnate che si trovano.

Nel giradischi: For the Greater Good of God,  Iron Maiden

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7 pensieri su “The scars that bear my name

  1. la resistenza fa rima con pazienza e quella si perde mille al giorno per poi ritrovarla un abbraccio più in là.
    Sulle cicatrici avrei poco da dire e qualcosa riuscirei a disegnarla se sapessi farlo, ma sarebbe simile a qualche costellazione, di quelle che il cielo non si scorda di farti ricordare ma c’è che a guardarle fanno bene e fanno male appena cambia il vento. sarebbe una cosa così, simile a qualche carro, a qualche zodiaco, che ci guadi in mezzo e sai che è passato e mentre lo guardi dai un occhio al presente e ti dici ma sì, vada come vada, io le mie stelle da guardare le ho, le mie sono 21 sempre le solite 21 stelle, spero tu ne abbia olte di più.
    (scrivi forte eh, uno scossone, mettiamola così) G.

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    • Quando penso alla pazienza, e quando la relaziono a me, mi viene sempre in mente la copertina del film 300. Mi sento un po’ come Leonida che con il suo scudo alzato tenta di ripararsi dalla pioggia che incessante lo colpisce di lato. Ci servirebbero molti abbracci per ritrovarla.
      Se le mie cicatrici avessero una costellazione a rappresentarle, sicuramente sarebbe il Grande carro. Ed è bella l’immagine che mi hai dato: poterci salire sopra e andare via. Un po’ lo faccio, un po’ mi trattengo ma il vero problema è che non so quante stelle poi mi possono guidare, e soprattutto non so dove conducono. Ma qualche volta mi ricordo di respirare e chiudo gli occhi, magari riaprendoli vedrò cose che prima non riuscivo a vedere… Ho divagato, ma va be’… Seguirò il tuo consiglio! Raf.

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