Essere costruttivo non vuol dire saper giocare con i Lego

Roma, lavoro.
Ho finito tutto quello che ho da fare e voglio scrivere: mi sono messo in testa di farlo su qualcosa di decisamente più leggero e meno epico di quello di cui ho scritto fin’ora.

Ma son quarantacinquemila volte elevate alla n che scrivo qualcosa e poi la cancello.

Guardo il fedele iPod in cerca di ispirazione e provo con la ruzzoletta (la rotella che controlla le funzioni dell’iPod ndr) a trovare una canzone che mi ispiri. Ma sarà il caldo o l’aria condizionata dell’ufficio che non funziona, ma sia io che il mio iPod siamo espressivi come la faccia di Stefano Accorsi.

Foto Mario Cartelli/LaPresse 23/03/2015 Roma - Italia spettacolo Parterre di Vip all'anteprima della serie Sky " 1992 " cinema The Space Moderno, Piazza della Repubblica Roma- Italia. Nella foto: Stefano Accorsi.

Foto Mario Cartelli/LaPresse (Insomma un’immagine presa da google image)

Però, siccome uno dei difetti che mi fa più pregio è la cocciutaggine sto ancora qui a tormentarmi le balle cercando di scrivere qualcosa che non riguardi armature, sentimenti, cavalieri, moto, persone scomparse, dolore, e cose di questo tipo.

Ma mentre scrivo (o meglio, mi distraggo con qualsiasi cosa: telefono, Facebook, Linkedin, Instagram, ecc…) mi rendo conto di stare a un livello di nulla nel cervello che mi fa paura. E sto pure cercando di essere costruttivo.

No, va be’. Se continua così devo chiudere questo blog. Non riesco davvero più a scrivere. Però forse è perché devo finire il nuovo libro di Stefano Benni: Cari Mostri. Forse quando l’avrò finito mi tornerà l’ispirazione.

E poi… Ah si, ecco. Voglio tornare a fare qualche foto. E… no, niente, non ce la faccio proprio a scrivere. Poi cioè, come si fa: mentre scrivo l’iPod mi mette In This River (comincio a pensare che il mio iPod sia una brutta persona) e va be’ fra poco me ne esco da lavoro e me ne torno a casa e mi vado ad allenare e ok tutto questo post è un coacervo di niente e uffa.

Mi devo esercitare a scrivere di [più] cazzate.
Una volta ero capace, giuro, chiedetelo al vitello dai piedi di balsa!

Nel boschetto della mia fantasia c’è un fottio di animaletti un po’ matti inventati da me, che mi fanno ridere quando sono triste, che mi fanno ridere quando sono felice, che mi fanno ridere quando sono medio; in pratica mi fanno ridere sempre, quel fottio di animaletti inventati da me.

Nelle cuffie: Elio E Le Storie Tese, Il Vitello Dai Piedi Di Balsa

Il lato oscuro che porta il tuo nome

Caro Walksalone,

scavo tra i racconti del mio passato per ricercare ricordi che ho perso e bruciato negli anni. Volti e persone che confusi hanno lasciato la verità nei miei occhi e che poi sono sfumati via. Cerco quelle sensazioni, quei dolori che mi spingevano a scrivere, provo a rintracciare quei momenti di felicità sintetica che ho dimenticato.

Così Walks, tu mi chiedi ancora di ricordare. Di rimandarti a quei giorni di tenebra che ti vedevano faccia a faccia con le mie paure. E poi, mi parli di Frank. Delle sue birre e dei suoi discorsi che ci caricavano e che in quei viaggi tra Macerata e casa ci facevano vedere la speranza.

E poi, con la mente ci siamo trovati insieme in quei giorni di fine 2011 quando con la speranza attaccata a un filo, facevamo i conti con il nostro futuro, con la disillusione e la paura di ritrovarsi in quelle stanze buie dove il futuro era negato.

taglia fuori la luce
per non far entrar il sentimento
barricati dalla notte che avanza

ma lascia che il respiro
ti prenda da solo
nel mare del tuo buio

E di colpo, mi son ritrovato in questo 2015 in cui una strana felicità mi prende da dentro e quasi si sublima con il dolore che ho provato nello scorso anno. Si mischia con l’incertezza del mio mondo e mi spinge verso un’iperattività che non controllo del tutto.

Perché tu sai che ne ho passate tante in questi anni Walks, con Frank che mi riportava alla realtà sono andato avanti. Ho abbracciato il cambiamento come potevo, ho abbracciato il dolore e la disperazione e li ho spinti così dentro al cuore da averli compressi in una felicità a tratti tormentata che lascia tutto al caso.

sai, mi sono specchiato dentro i tuoi occhi
grandi e brillanti sotto il chiarore delle stelle

quando perso dentro un cielo terso d’estate
nella tua notte ho scorto la tristezza

Qual è il tuo nome nel buio?

Vorrei ancora bere birra con te, con Frank, come facevamo un tempo. Ma mi ritrovo a cercare qualcosa che probabilmente nel mio cuore è svanita con i vapori dell’alcol.
Perché questa incertezza mi spinge ubriaco in una notte in cui ho perso il senso del limite e dove viene  fuori quel peggio che provo in tutti i modi a nascondere agli altri e che però tu conosci bene, perché si tratta di quella parte che da sempre ci contraddistingue.

Quel lato oscuro che porta il tuo nome.

Hanging on in quite desperation is the english way
The time is gone the song is over,
Thought i’d something more to say

On air: Pink Floyd, Time

Credi che ce la farai?

Una luna rossa e una spiaggia.
Sirio e Venere che danzano assieme, e tenendosi per mano si tuffano nel mare della notte.
Gli scogli, lo sbattere e il ribattere delle onde. Schizzi d’acqua che spumeggiano e si alzano in aria.
Walksalone si toglie le sue Converse, con cura sfila i calzini e appoggia i piedi nella sabbia fredda della notte. Il suo cuore accelera davanti a tanta bellezza. Il suo cuore accelera mentre arriva sugli scogli e sente ancora il calore del sole che viene dalle rocce.

Un bacio, una birra, e l’acqua tiepida che gli bagna i piedi mentre la sabbia pian piano lo fa affondare dalla parte dei talloni. È già nel mare quando si rende conto di essere vulnerabile. Le onde gli stanno già bagnando il collo quando realizza che quella luna rossa in lontananza, affilata e sicura come l’ascia del destino, ha già reciso i fili che tengono insieme i brandelli della sua armatura.

Vai
La nebbia ha un corpo leggero
E tu vai
Non senti quella voce dice “Dove vai!”
Vai Affilatissimo stiletto tu hai
Con lama a doppio taglio “Credi che ce la farai?”

On air: Litfiba, La preda

#estasi

la luna risplende nei tuoi occhi
e una notte calda e bagnata mi abbraccia

un letto, lenzuola sfatte e una finestra
parole umide che mi entrano nella testa

un gioco di colori e la tua pelle
provo ad assaporare ogni momento

quando con le labbra sfioro il tuo collo
e un brivido nasce sulla tua pelle e poi

la tua bocca, voglio sentire il tuo sapore
quando con la lingua ne seguo il contorno

la tua notte mi avvolge e per un attimo
perdo i miei contorni quando

in un momento concitato d’estasi
sento la mia pelle sublimarsi con la tua

Nella notte: Ennio Morricone, L’estasi dell’oro

#salvezza

Cade a terra e si frantuma in mille pezzi
Provo a raccoglierli, ma la rabbia me lo impedisce.

La bestia si dimena nel petto e si compiace,
guarda attenta il mio viso che fissa compiaciuto il baratro.

Mi si accosta all’orecchio e mi sussurra
vorrebbe che io mi lasciassi andare.

Ma se lo facessi non avrei imparato nulla dal dolore
dalle mancanze e dalla fine.

Se vuoi vedere di cosa è fatto un uomo, devi fare così:
metterlo davanti alla possibilità concreta di perdere tutto.

Se vuoi vedere cosa c’è davvero nel cuore di un uomo
spoglialo delle sue convinzioni e instillagli il dubbio.

E così adesso, sono io che lo sussurro a lei.
Dimenati adesso, colpiscimi, ma non mi avrai mai fatto tuo.

Potrai accedere a tutta la rabbia che vuoi
potrai farmi vibrare i nervi come corde di violino.

Ma sei intrappolata nel catrame del mio buio quanto lo sono io
e la mia rabbia, come sempre, mi salverà.