Il telo verde dell’Heineken

Jeans un po’ troppo vecchi, larghi, e troppo strappati per essere di uno che vive nel 2015. Dr Martens ai piedi già da prima che riandassero di moda e una maglia bianca. Una vecchia 500 rossa e le cuffie dell’iPod classic per sentire la musica.

In qualche modo ha forse perdonato il suo passato e l’ha lasciato andare.

E’ diretto verso il mare con il suo telo verde dell’Heineken. Tettino aperto e il sole che entra dentro la sua testa. Occhiali scuri, schiena dritta e il suo sorriso beffardo. Zero pensieri, la mano sinistra sul volante e la destra sul cambio.

Per costruire qualcosa di nuovo, deve andarsene, deve correre via.

Sente già l’odore del mare entrargli nel cervello mentre la strada che ha percorso mille volte in moto scorre via veloce. Dookie dei Green Day nelle orecchie e quella sensazione di libertà. Un piccolo giro in solitaria per ritrovar se stesso.

Quando ha sentito che ormai era diventato qualcosa che non gli apparteneva più.

Un cielo blu in una calda giornata di marzo, quando le nuvole fuori dal tettino corrono veloci e lasciano lunghe scie bianche di zucchero filato. Il verde saturo dell’erba e il marrone chiaro della terra. Acquedotti romani e pietre grige di 2000 anni fa.

Non è mai stato così lontano da tutto e da tutti.

Ma va bene così.

Nell’iPod: Basket Case, Green day

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30 dicembre

Gli occhi azzurri di una sconosciuta che mi vengono in sogno e quei capelli biondi. Quasi che non mi sarei voluto svegliare, tanto era bella la sensazione che stavo provando.

Nei sogni è tutto mischiato, forse ci ho fatto l’amore. O forse ci ho solo parlato. Ma ricordo perfettamente il suo maglione verde scuro e le sue mani affusolate. Sinestetica sensazione quella di provar quel piacere col solo pensiero.

Forse era un desiderio, o forse no. Ho pensato quasi di scrivergli, magari dicendogli proprio che l’ho sognata, che abbiamo fatto l’amore, che… forse sono un pazzo.

Ma sono un pazzo che ha provato a chiudere questo anno, per volontà o per puro caso con un sogno, un pensiero, un desiderio di felicità…

Vorrei scrivere questo ultimo post cercando di non fare il solito bilancio. Anche perché un pazzo è per definizione squilibrato, sbilanciato. Allora mi sbilancio nello scrivere per ricordare chi sento nel mio cuore ogni giorno e che non può essere più qui con noi.

Se mai esiste un’anima e quell’anima potesse ascoltare e magari leggere queste parole, all’anima di chi adesso non c’è, gli vorrei dire che ci manca tanto, che questo 2014 ci ha portato via tanto, troppo. Che ha strappato con violenza i miei, i nostri, i suoi sogni, lacerando le carni di una vita che poteva essere così bella nella sua semplicità da rendere tramonti bellissimi meri corollari di una felicità sincera.

Vorrei dirgli che non sono più andato in moto senza di lui, ma che prima o poi tornerò in sella al mio mostro e che lui sarà con me, nel mio cuore. Vorrei dirgli anche che questo 2014 nella sua assenza mi ha insegnato a lottare più di prima, a non abbassare mai la guardia, a non lasciarmi prendere dalla disperazione anche quando tutto sembrava perduto.

Vorrei dirti che, cerco di fare lo zio come meglio posso, che ti rivedo negli occhi di tuo figlio, nel suo portamento, nel suo ridere e in quelle fossette che ha quando fa i dispetti. Vorrei dirti che mi ricordo e mi ricorderò sempre l’ultimo abbraccio che ti ho dato qualche sera prima.

Così ti dico che questo 2014 si sta chiudendo e lo sta facendo con i vostri occhi azzurri che oggi permeano la mia giornata: i suoi, di tuo figlio, i tuoi.
Rimarrò con la guardia alta come a pancrazio fino a domani sera, e nell’anno che verrà ti assicuro che avrò imparato anche ad assestare più pugni di quanti io adesso ne riesca a parare.

Con la tua assenza mi sono, o meglio, ci siamo scoperti combattenti e ogni giorno senza te ci prepariamo alla guerra.

Domani si chiuderà questo 2014, ma non si chiuderà un ciclo. Non lo farà, la mia teoria era sbagliata, tutto continuerà ad andare esattamente come ha fatto fino ad oggi. E non serviranno buoni propositi, e non servirà dimenticare vecchi ricordi. Noi combatteremo fino alla fine in ognuno dei nostri giorni, attraverso le ore e i minuti e fino alla fine del nostro tempo:

è il nostro destino e ognuno di noi, ne è l’artefice.

Ancora una volta

E’ il 2014 e non me lo dimentico.

E quando provi a buttarmi giù, quando mi fai remare tutto contro, quando mi togli tutto quello che ho per ridarmene qualche assaggio e farmi montare la fame be’, è proprio in questo momento che mi vedrai dare il massimo.

Io spingerò questo cuore fino al limite estremo, fino a farlo bruciare ancora, come un tempo.
Di nuovo lo prenderò per lanciarlo in alto, così in alto da vederlo brillare tra le stelle.
Perché hai visto ancora una volta le mie gambe tremare nel mio momento di dolore.
Mi hai visto impaurito all’angolo con i pugni in alto e la guardia traballante.

Ma da tutta questa merda, dal letame e dalla cenere, mi vedrai risorgere, ancora una volta.
Perché tu alla fine lo sai, io sono uno che sogna forte, così forte da farsi uscire il sangue dal naso, così intensamente da sapere che dai diamanti non nasce niente, ma dal letame, dal mio letame, nasceranno fiori.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior

Nell’ iPod: Fabrizio De André, Via Del Campo

I brandelli della mia armatura

…e così mi son ritrovato ad indossare la mia armatura. Ma senza di te, tutto questo non ha senso, senza di te, i brandelli che tengono insieme la facciata della mia armatura non hanno un perché.

I brandelli della mia armatura

E mi sono sentito bene, dentro la mia facciata, dentro la mia vera pelle che ormai mi è proibita. Oltre il sesso, oltre le scopate, il mio vero perché,  l’ho trovato in quella armatura. Sono un motociclista e come un motociclista morirò. Non posso sfuggire al mio destino, alla mia vita. Non posso morire per vivere, e non posso vivere per morire. Il mio tempo è qui, ora, in questo tempo, in questo momento.  E cerco di spingere questo corpo al limite, oltre l’alcol, oltre la ragazza sposata del mio passato, oltre la ragazza bionda che mi passa accanto ubriaca e che mi vorrei fare. Perché oltre tutte le bugie, perché oltre tutti gli artifici, tutto quello che rimane, sono solo le mie parole su questo blog, sono solo le canzoni che mi spingono a scrivere. Perché non posso fare altro che ricordare.
Perché non posso fare altro che sperare.

From a distant time
Voices echo in the hall
“Come and join us
Enter life and everything is gone now”

Nell’interfono del casco: Blind Guardian, The Soulforged.

La “Doppia Anima” della Festa della Birra

E’ da tempo che non racconto un vero episodio della mia vita, ed è da tempo che non lo faccio direttamente.
Così oggi, in questa pausa pranzo di inizio settembre ho deciso di raccontare un #selfiedablog.

La settimana scorsa nel mio ridente paesino della provincia viterbese c’è stata la sedicesima (o giù di lì) Festa Della Birra. Una quattro giorni di musica e intrattenimento alcolico che ha visto sul palco artisti del calibro di: Fabrizio Moro, Majakovich, Mägo de Oz, Elevenking, Ramiccia, Red West e Greg con i suoi Red Cats… e a cui un “vero fabrichese” non può mancare.

Non racconterò tutte le sere, sai che palle, ma mi limiterò a raccontarne una, venerdì, la serata del Mägo de Oz.
Ora, chi ha ascoltato heavy metal negli ultimi 30 anni non può non aver ascoltato qualcosa di questo gruppo….
…ma non sono qui per parlare di loro, o perlomeno, non voglio parlare solo di loro… Diciamo che sono più il MacGuffin che mi serve per iniziare il discorso… Cioè: in questi ultimi mesi, almeno fino a venerdì, non mi è più capitato di fare #off col cervello. Il dolore è sempre ben stampato nella mia mente e lì è rimasto (e rimane), ma venerdì, finalmente qualcosa si è sbloccato e per un paio, forse tre ore ho spento il cervello.
Nulla di pericoloso, ero a piedi 🙂 ma l’alcol, la birra, ha prodotto su di me quell’effetto che non mi capitava da un sacco di tempo. Mi ha reso docile, meno impacciato, meno timido e soprattutto incline al pogo. …e mi son ritrovato con la compagnia storica a pogare sotto al palco al ritmo di Molinos de Viento e Maritornes, e mi è sembrato di avere nuovamente 20 anni.
E’ stato bello. E’ stato bello rivedere quella gioventù alcolica adoperarsi per rendere memorabile una festa che tanti anni fa è iniziata quasi per gioco. E’ stato bello riconoscere quelle occhiatine delle ragazze che ti conoscono …solo per un verso ;).
E’ stato bello essermi sentito (almeno per un po’) libero.

Ma si sa, le cose belle, queste fughe alcoliche, se ne vanno come vengono e a fine serata l’ossimoro che mi strideva nel petto mi ha fatto venire in mente le parole scritte da un mio amico sul suo blog:

Leggo le parole e le storie di alcuni ragazzi sognatori, chiusi tra le quattro mura di un’università, con le loro vite che scorrono lente e faticose tra le strade di città e di paese. Ci rileggo il mio passato. Un passato scritto tra pagine bianche sporcate dall’inchiostro e infinite parole digitali che segnano anni di sogni, aspettative, dolori e illusioni ormai mescolate alla nebbia della quotidianità. Leggo le loro parole e ci vedo la doppia anima di chi è arrabbiato col mondo, ma innamorato della vita. […]

E in quel “la doppia anima di chi è arrabbiato col mondo, ma innamorato della vita” ho rivisto me stesso: un trentenne incazzato col mondo che ogni tanto, nonostante tutto, si ritrova ad aver una gran voglia di far l’amore con la vita

Sul vecchio Mp3: Fiesta pagana, Mägo de Oz

 

La fuga nel vuoto, e il vuoto nella fuga.

E mi sono reso conto che la mia, adesso, è una fuga.
Tutto il giorno a Roma, poi la sera verso il borgo natio selvaggio.
Piscina, palestra, pancrazio, tutto per non stare a casa.

Ma non è voluto. Me ne sono accorto piano piano. Andando avanti.
Non ho mai sentito il bisogno di fare attività sportiva. E ora son 2 anni e più che almeno un paio di volte a settimana debbo fare qualcosa. Nuoto, corsa, pancrazio. Devo riempire le mie serate e la mia vita con qualcosa.
Sono fuggito (anche) da una ragazza che mi amava, e non volevo rimanere solo, ma ne ho sentito il bisogno.

L’eterno fidanzato che alla fine, mentre i trentenni si sposano, figliano e fanno famiglia, sceglie se stesso.
E sempre più spesso mi son chiesto e mi sto chiedendo se questo sia davvero scegliere me stesso.
Rapporti occasionali che mi lasciano bloccato nei sentimenti. Il deserto più totale quando non riesci più a scorgere in una ragazza quella scintilla che ti fa dire: cazzo sono innamorato.

E poi mi rendo conto che anche qui, il blocco è mio. A differenza del Pirata LeChuck, non sto mettendo né rischiando tutto me stesso, sto proteggendo il mio stomaco e il mio cuore non dando (troppo) spazio alle emozioni. Perché quelle che ho provato ultimamente, il cuore e lo stomaco, lo dilaniano, per davvero.
Un trentenne può dire di aver paura di soffrire? Posso dire di non voler rischiare un rifiuto, precludendomi un successo?

E chi mi conosce un po’ dice che sono bloccato. Ed è vero.
E sto cercando di porre rimedio a questo.
Si, lo sto facendo. Come al solito il mio metodo è bislacco e strano, ma si, è il mio: maglietta degli Iron Maiden e jeans scoloriti e strappati dal tempo corredati di Converse a spasso con mio nipote in una 500 del 77.

Mi fa sentire bene la cosa. Quando non sono al lavoro, quando il paese mormora, così mi sento bene. E mi ricorda tanto il me diciannovenne in pieno periodo triennale. I corsi, l’università, gli amici, le cene, l’alcool, le ragazze, le battute e il mio “happy ciao” da coglione.
Fuga.

E’ una fuga in piena regola. Fuga mentale, fuga alcolica, fuga non finalizzata.
L’istinto primordiale davanti a una minaccia: combatti o fuggi. Ma non è così.
In realtà, la mia battaglia la combatto ogni giorno. Ogni giorno con il ricordo. Ogni giorno con gli occhi di mio nipote e di mia sorella. Ogni Giorno con un Nonno che fa da Papà e uno Zio che si rende conto di non essere così presente come vorrebbe.

E infine, è una fuga dal tempo che passa. Una fuga dalla fine, anche di questo post. La pausa pranzo è finita e io non so più che dire…

On air: Alice in Chains, Nutshell

Avrei voluto tanto

1. Dissonanza cognitiva

Lascio che il cuore acceleri, ma non per te.
In questa mia vita adesso, il sole è stato coperto dalle nuvole.
Guardo in alto, e le sento scorrermi dentro.
Ma non ha senso.

Vorrei poter (saper) scrivere d’amore.
Ma quello che ho dentro non combacia con i tempi.
Andando via così hai strappato un brandello del mio cuore.
Del nostro cuore.

E con te sono state violentate tutte quelle passioni che placavano il mio Io indomito.
E anche se non voglio, la bestia ha preso ancora una volta il sopravvento.
Usando una ferocia che non avevo mai visto prima.
E dandomi un accesso non voluto al buio che ora ha il tuo nome.

2. Panta rei

E nonostante tutto, rimango attaccato al cordone ombelicale di una flebile speranza.
Anche se “speranza” è sempre più un termine che per me non vuol dire un cazzo.
Anche se ormai, quello che mi guarda nello specchio, non sono più io.
Anche se mi rendo conto che tutto questo è una dissonanza cognitiva.

La realtà è che vorrei sperare, vorrei amare, vorrei, lasciarmi andare.
Ma questa battaglia che sto combattendo ha fiaccato le mie difese.
E non c’è hobby, o poesia di un Santo che tenga, quando senti la mancanza di qualcuno nel tuo cuore.
Tutto quello che vorrei è che stesse qui. Con noi. Con Lei e con Lui.

Che quel maledetto 22 maggio venisse cancellato dal tempo.
Solo per ritornare ad uno stato di falsa innocenza che permetteva di andare avanti con meno fatica.
Ma non è così, non c’è la DeLorean qui e tutto quello che possiamo fare è andare avanti.
Pensare a oggi e a domani, conservando nel cuore i momenti felici che vivevamo ieri.

Tutto scorre.

Provo a riderci su
Nascondendo le mie lacrime negli occhi
Perché i ragazzi non piangono
I ragazzi non piangono

On Air: Boys don’t cry, The cure